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Le banche secondo Visco

Tre considerazioni sulle indicazioni del governatore

Marcello Messori 04/06/2019

In primo piano, Ignazio Visco In primo piano, Ignazio Visco Le "Considerazioni finali" del governatore Visco sono state profonde ed efficaci nel denunciare le debolezze economiche strutturali dell'Italia, nel sottolineare che tali debolezze non sono imputabili all'euro e nel provare l'irrinunciabilità di un'attiva partecipazione italiana all'evoluzione europea. In questo quadro, anche l'esame dello stato di salute del settore bancario italiano è stato rigoroso. Visco ha apprezzato i recenti progressi senza, però, nascondere che i nostri maggiori gruppi bancari e - soprattutto - le banche medio-piccole e le banche popolari soffrono di arretratezze organizzative, di bassa redditività, di potenziali vulnerabilità nei livelli patrimoniali e nei rinnovi della raccolta, di fragilità nella composizione degli attivi.
 
Inoltre il governatore ha riconosciuto che, dopo aver attuato importanti cessioni delle loro esposizioni deteriorate, le banche italiane non possono limitarsi a "stringere" l'erogazione dei crediti così da isolarsi dalle crescenti difficoltà dell'economia "reale"; si tratta, invece, di contrastare quelle difficoltà, migliorando l'allocazione dei finanziamenti bancari e contribuendo allo sviluppo degli asfittici segmenti non bancari del mercato finanziario nazionale. Uno dei messaggi fondamentali di Visco è stato che, per consolidare i progressi compiuti e contribuire a una ripresa sostenibile del Paese, il settore bancario italiano deve accrescere la sua integrazione con la finanza europea. Tale messaggio è pienamente condivisibile; la sua specifica declinazione sollecita, tuttavia, qualche ulteriore riflessione. Mi limito a tre.
 
Primo: la tesi, secondo cui vi è una sopravvalutazione dei pericoli legati alle eccessive esposizioni sovrane nei bilanci bancari, risulterebbe più convincente se fosse esplicitamente legata alla condivisibile richiesta di introdurre attività finanziarie prive di rischio nei mercati dell'euro-area. Secondo: il richiamo al possibile ruolo dei fondi nazionali di garanzia andrebbe collegato alla richiesta di armonizzare quelle difformi legislazioni nazionali sui fallimenti e ristrutturazioni bancarie, che sono tuttora applicate dagli stati membri dell'euro-area alle banche non soggette a risoluzione europea. Terzo: la raccomandazione alla "necessaria proporzionalità" nell'utilizzo delle norme europee sugli aiuti di stato sottovaluta forse che, a legislazione vigente, i relativi divieti decadono purché un paese sia disposto ad ammettere che il proprio settore bancario genera instabilità finanziaria. 
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