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La sfida della Capacità fiscale europea

Per contrastare la stagnazione e finanziare gli investimenti

Marcello Messori 23/04/2024

La sfida della Capacità fiscale europea La sfida della Capacità fiscale europea Il Rapporto di Enrico Letta e le anticipazioni relative a quello di Mario Draghi sottolineano che, nei prossimi anni, l’Unione europea (Ue) dovrà affrontare cambiamenti così radicali e investire risorse (pubbliche e private) così importanti da essere incompatibili con la permanenza della sua economia in uno stato di stagnazione. Eppure, vi sono fattori che, se non adeguatamente integrati, spingono in direzione stagnazionista. Pur segnando un progresso rispetto al vecchio Patto di stabilità e crescita del 2005-2013 e pur prevedendo un discutibile periodo di tolleranza transitoria, dalla fine del 2027 le nuove regole fiscali del Patto imporranno severi – anche se graduali – aggiustamenti dei bilanci nazionali con eccesso di debito o deficit pubblici. Inoltre, nel 2026 gli stati membri dovranno completare i loro Piani di ripresa e resilienza (Pnrr) e iniziare un graduale rientro dal debito accumulato nei confronti della Ue. Se questi eventi non trovassero compensazione, vi sarebbero elevati rischi di una concomitante stretta fiscale nella maggior parte dei paesi Ue con effetti recessivi.
 
Vi è uno strumento tecnicamente ovvio che può evitare tale deriva e che è facilitato dal varo, in quegli stessi anni, del nuovo bilancio pluriennale europeo: rendere permanente la Capacità fiscale centrale (Cfc) che sta finanziando, su base temporanea, i Pnrr. Così facendo, gli inevitabili aggiustamenti delle politiche fiscali nazionali sarebbero più che compensati da un’espansione della politica fiscale accentrata europea. Del resto, come è anche indicato dai due Rapporti di Draghi e Letta, non mancano certo gli ambiti economici e sociali che sono cruciali per il futuro della Ue e che necessitano di una Cfc: transizione ‘verde’, riorganizzazione del modello produttivo europeo mediante investimenti sulle frontiere innovative, aggregazioni nel settore della difesa, allocazioni per la sicurezza e per la formazione e (ri)qualificazione delle risorse umane (anche, se non soprattutto, immigrate), varie forme di inclusione e integrazione sociale. Queste allocazioni della Cfc, declinabili in termini di finanziamento e di produzione di beni pubblici europei quale perno di una politica industriale accentrata, creerebbero esternalità in grado di facilitare l’utilizzazione della ricchezza privata. Il problema è che quanto è ovvio tecnicamente è ostico politicamente. Quale coalizione politica sarà disposta a realizzare tali strategie di lungo termine che hanno un elevato costo nel breve?
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