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Pera: «Macron fa cattiva scuola in Europa»

Alessandro Rico, la verità, 15 aprile

Redazione InPiù 20/04/2024

Pera: «Macron fa cattiva scuola in Europa» Pera: «Macron fa cattiva scuola in Europa» “Macron fa cattiva scuola in Europa”. In un’intervista ad Alessandro Rico per la Verità del 15 aprile, Marcello Pera, filosofo, ex senatore di Forza Italia, presidente del Senato ed oggi a Palazzo Madama, dove è stato eletto per Fratelli d’Italia, discute delle questioni di cui si è occupato per anni: il ruolo della Chiesa, i valori non negoziabili, l’agenda dei leader politici laicisti militanti. Ma sul tavolo c’è anche la querelle sulla riforma del premierato, proposta dal governo di Giorgia Meloni e alla quale Pera ha mosso diverse obiezioni, sensate e puntuali. Senatore, cominciamo dalla nuova Dichiarazione dell’ex Sant’Uffizio, Dignitas Infinita, che condanna aborto ed eutanasia, chiedendo anche che la maternità surrogata diventi reato universale. Come interpreta l’uscita di questo documento? È un tentativo di Francesco di placare le critiche del clero conservatore, o c’è un serio intento di recuperare l’eredità ratzingeriana sul tema dei valori non negoziabili? «Credo entrambe le cose. In ogni caso, il Papa è ritornato alla dottrina tradizionale cattolica. Dopo tanti segni di apertura verso il mondo laico, non ultima la strana concessione della benedizione, purché sbrigativa, en passant, delle coppie omosessuali, mi sembra che abbia adottato una posizione in linea con quella dei suoi predecessori. Se prima c’era stato qualche strappo, ora si vede un vistoso rammendo». La Commissione delle Conferenze episcopali dell’Unione europea ha ribadito - contro il parere del Parlamento Ue che l’aborto non può essere un diritto fondamentale. Su queste questioni vede una Chiesa compatta, o teme che presto la difesa della tradizione e  del magistero diventi minoritaria anche tra le gerarchie cattoliche? «Se quella ultima presa dal Papa torna a essere e rimane la posizione ufficiale, allora c’è speranza che la deriva del cristianesimo in Europa subisca un arresto salutare. Occorre insistere, perché la questione è decisiva. La crisi del cristianesimo porta in Europa un naufragio spirituale, che rende più difficile l’unione e il superamento delle nuove sfide geopolitiche. Se viene attaccata e si deve difendere, in nome di che cosa può farlo l’Europa, se non dei princìpi della civiltà cristiana?». E invece sembra che, dentro la Chiesa, si stia producendo la stessa polarizzazione ideologica cui si assiste nelle società occidentali: da un lato il radicalismo progressista, dall’altro un conservatorismo profondamente identitario, separati da uno steccato di incomunicabilità reciproca. Crede ancora che un dialogo tra la cultura cattolica e quella liberale moderata possa recare qualche frutto? Ed è ancora possibile una difesa laica di quelle posizioni etiche che Benedetto XVI propugnava da cattolico , ma appellandosi all’universale ragionevolezza del cristianesimo? «Io insisto a dire che cristianesimo e liberalismo sono congeneri, stanno assieme, si nutrono assieme e possono l’uno fare molto per l’altro. Il principale valore del liberalismo è la libertà intesa come rispetto invalicabile della dignità, ma rispettare la libertà e la dignità propria e altrui significa riconoscersi tutti come persone, un concetto tipicamente cristiano: vuol dire creato a immagine di Dio e quindi non disponibile ad arbitrio dell’uomo. Diceva John Locke, il padre riconosciuto del liberalismo: “Essendo tutti gli uomini opera di un solo Creatore Onnipotente e infinita-mente saggio, tutti servitori di un solo supremo Signore […] ed essendo forniti delle stesse facoltà e partecipando tutti di una comune natura, non si può supporre alcuna subordinazione fra noi tale da autorizzarci a distruggerci l’un l’altro”. È da questo ragionamento che nascono i diritti fondamentali dell’uomo: dalla dottrina cristiana».
 
Intanto, di diritti si sta occupando il laico Emmanuel Macron: ha fatto inserire nella Costituzione francese quel lo all’aborto e ha lanciato una proposta di legge sul suicidio assistito. Fino ad oggi si è fatto un gran parlare di «biopolitica»; siamo già arrivati allo stadio terminale, cioè la «tanatopolitica», l’amministrazione politico-burocratica della morte? «Temo di sì, almeno per quanto riguarda alcuni Paesi europei. Certamente per quanto riguarda Macron. Non credo che il presidente francese sia un laico, più semplicemente mi sembra un ateo o un indifferente. Non mostra di avere alcuna credenza religiosa. Del resto, se una campagna elettorale lo porta a quelle posizioni, in che cosa crede Macron? È triste e spiacevole dirlo, ma secondo me Macron non crede a nulla o quasi. E fa cattiva scuola: il Parlamento europeo l’ha appena seguìto». In Italia, le principali innovazioni in tema di «nuovi diritti» (dal suicidio assistito alla registrazione dei figli delle coppie gay) arrivano dalle sentenze della Consulta. C’è il rischio che l’orientamento dominante, cioè l’idea che la Corte debba «adeguare» l’ordinamento giuridico allo spirito dei tempi, porti invece ad alterare lo spirito della Costituzione? Ossia - per citare l’ex giudice Nicolò Zanon - che si finisca per far dire alla Costituzione non ciò che essa davvero dice, ma ciò che qualcuno vorrebbe essa dicesse? «No, non c’è il rischio, è già così. Zanon ha pienamente ragione. I cosiddetti nuovi diritti sono costruzioni giuridiche introdotte con la forza inappellabile delle sentenze delle Corti, fino a quella suprema. Soprattutto coloro che si definiscono laici dovrebbero rifletterci, perché se il diritto è costruito e nuovi diritti sono continuamente introdotti, allora perde di senso l’idea stessa di princìpi fondamentali prepolitici che la Repubblica garantisce, così come è scritto nella nostra Costituzione. Nel suo recente libro Laicità, edito dal Mulino, Augusto Barbera (presidente della Consulta, ndr) ha ricordato, mi sembra con palese rammarico, che il “principio di laicità” fu introdotto dalla Corte nel 1989 e ha scritto che “i giudici costituzionali lo hanno chiarito dopo averlo negato per circa un trentennio”. Avevano torto prima o hanno torto adesso?».
 
La recente ondata di scandali, da Bari a Torino, ha riportato in auge la vecchia «questione morale». C’è un problema di etica nei partiti? O il problema è che quando gli uomini si trovano a gestire potere e soldi, cresce inevitabilmente il rischio di essere corrotti? È la vecchia lezione liberale: più che cambiare l’uomo, bisogna cambiare le istituzioni per evitare di dare all’uomo l’occasione di farsi ladro…«La corruzione, l’aggressività, la smania di potere eccetera, sono innati: dobbiamo ricordarci la storia del peccato originale? I liberali, saldamente cristiani su questo punto, lo hanno sempre saputo e detto. Perciò, se è così, il nostro compito non è estirpare il male, cosa impossibile, ma disegnare istituzioni adeguate affinché il male, che sempre esisterà, faccia meno danno possibile». Lei ha espresso dure critiche alla norma sul premierato. «Sono di cultura liberale anglofona (l’unica, peraltro) e il sistema americano e quello inglese mi piacciono entrambi. Poiché il primo è ormai fuori dalla portata della nostra tradizione, dopo che fu respinto dai padri costituenti, resta il premierato. Però, va fatto bene». Lo si sta facendo male? «Il disegno di legge originario del governo era assai carente ed è stato molto migliorato. Bisogna lavorare ancora su alcune questioni». Ad esempio? «Quella del premio è una di esse e ci porta al nodo del problema. Se il premier è eletto in Parlamento col premio di maggioranza, allora non è propriamente eletto direttamente dal popolo. Dunque? Sarebbe stato bello se l’opposizione avesse dato una mano seria, invece di star seduta sotto l’albero in attesa che caschi la pera».
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