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Il diritto di parola

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 10/05/2024

Il diritto di parola Il diritto di parola Roberto Gressi, Corriere della Sera
Una società privata del dissenso – scrive Roberto Gressi sul Corriere della Sera all’indomani del caso Roccella – è l’apripista del pensiero unico, pane dei totalitarismi. Diffidare sempre di un Paese dove il dissenso viene ingabbiato, censurato, confinato. E poi sì, non c’è dubbio che il dissenso possa raggiungere anche livelli di critica impietosa, a tratti durissima, figlia spesso, specialmente tra i più giovani, della paura di essere prevaricati e ignorati. Che però si giunga a impedire ad altri di esprimere la propria opinione, a zittire l’avversario, è un atto di violenza. Il diritto di parola deve per forza essere un punto di partenza comune, e non una conquista rimessa ogni volta in discussione. Ieri è successo di nuovo. La ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, è stata costretta a lasciare il palco degli Stati generali della Natalità. Un coro di «Vergogna!» e «Decido io», l’ha costretta ad uscire. A nulla è valso dare la parola ai contestatori, né a nulla è servito che Roccella affermasse che condivideva il «Decido io» sul corpo delle donne, e che semmai il problema è che oggi quella libertà è falsamente garantita. Non c’è dubbio alcuno che le sue argomentazioni non avrebbero convinto i contestatori, e avrebbero avuto tutto il diritto di ribattere. Ma il problema è che nessuno ha potuto ascoltarle, le sue parole, perché le è stato messo un bavaglio. Era già successo al Salone del libro di Torino, ancora contro Eugenia Roccella, fatto particolarmente grave perché i libri sono il baluardo della libertà, dai roghi nazisti al monito di Fahrenheit 451. Ieri il presidente della Repubblica ha telefonato alla ministra per esprimerle solidarietà. E non è un bene che Elly Schlein, assolutamente insospettabile di condividere con Roccella un solo pensiero, non abbia fatto lo stesso, lasciando pochi singoli a dire per il Pd che quello che è avvenuto è inaccettabile. La campagna elettorale non è un pranzo di gala, e non mancano, da tutte le parti, giochetti strumentali. Ma sui principi non si deflette, è buona regola.
 
Linda Laura Sabbadini
Linda Laura Sabbadini, su Repubblica, ricorda che il femminismo non nega la parola. Giù le mani dal corpo delle donne”, gridavano i ragazzi e le ragazze del collettivo transfemminista Aracne contestando la ministra Eugenia Roccella agli Stati Generali della Natalità. Mi sono battuta – scrive Sabbadini – per affermare questo principio quando l’aborto era ancora un reato. Il diritto delle donne sul proprio corpo è inviolabile e così l’autodeterminazione. È molto grave l’intento che sta dietro all’approvazione della norma che dà la possibilità alle Regioni di “avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità”, incoraggiando così le associazioni pro-life più estremiste e aggressive a intervenire sul diritto all’aborto sancito dalla legge 194. L’interruzione di una gravidanza è un momento doloroso della vita di una donna. I consultori sono stati indeboliti, invece che rilanciati, e ben poco difesi, anche se rappresentano un presidio prezioso per la salute femminile, in particolare riproduttiva. La legge 194 ha prodotto una drastica diminuzione degli aborti, si sarebbe potuto e dovuto puntare sulla contraccezione gratuita e sull’educazione sessuale, non su un’ipocrita dissuasione e sulla repressione. E qui si segna una grande distanza con la ministra Roccella perché era dovuta una parola chiara visto che aveva dichiarato di difendere la legge 194. Il conflitto è il sale della democrazia, la libertà di parola anche. Ma ieri è stato impedito a Roccella di parlare. E non è la prima volta. La democrazia non può essere a senso unico, a fronte della censura operata dai vertici Rai nei confronti di Antonio Scurati ci siamo indignati, per le violente cariche di polizia contro gli studenti di Pisa anche. Non dobbiamo accettare che si neghi il diritto di parola ad una ministra, come a chiunque, anche se la distanza è grande. Tanto più che i contestatori hanno potuto esporre le loro ragioni dal palco. Dopo avrebbero dovuto ascoltare anche le ragioni che non condividevano.
 
Massimo Adinolfi, Il Messaggero
Anche Massimo Adinolfi, sul Messaggero, si occupa del caso Roccella. E si chiede: e quelli che stavano seduti, che erano lì per ascoltare, che partecipavano all’evento non per approvare né per contestare ma semplicemente per capire, per interesse alla materia, per fatto personale? Provate a mettervi nei panni del pubblico, di quelli che volevano sentir parlare Eugenia Roccella e non hanno potuto. Erano storditi, stupefatti, alcuni anche straniti, perché la ministra sarà pure, per costoro, l’espressione di un pensiero neoconservatore, chissà, ma intanto il papocchio ideologico recitato sul palco da una delle furenti contestatrici – che impastava, in una stessa frase, natalità, diritto all’autodeterminazione, efferatezze capitalistiche e genocidi a Gaza – sembrava, quello sì, provenire da un altro tempo, da un altro mondo. Pensavamo che la solidarietà nei confronti della ministra fosse un atto ovvio, che non richiede particolare sensibilità politica, e invece ci sono quelli che minimizzano, perché, fanno intendere, nessuno ha lanciato bombe carta, e poi aggiungono che un ministro queste cose deve aspettarsele. Aspettarsi cosa, precisamente? Aspettarsi i fischi? Forse, ma dopo aver preso la parola, non prima, non per impedire di parlare. Poi ci sono quelli per i quali la democrazia è conflitto, che non si può neutralizzare il conflitto, sterilizzare il conflitto, affidare tutto alle buone maniere democratiche. Per costoro, conflitto è sinonimo di partecipazione, di cittadinanza attiva, di protagonismo politico, e perciò è cosa buona e giusta. Abbiamo qualche difficoltà a iscriverci tra costoro, perché sappiamo cosa si perde ogni volta che il tessuto delle regole democratiche viene strappato, mentre non siamo sicuri di cosa si guadagni. Al momento, quello che vediamo crescere è un clima di odio, di delegittimazione ideologica dell’avversario politico, in cui si riversa di tutto, e in cui vanno a braccetto il rifiuto del patriarcato e l’antisemitismo, l’abnorme riattualizzazione del pericolo fascista e il pacifismo a senso unico. Quanto poco c’entri tutto questo humus antagonista con la difesa della 194 e del diritto all’aborto ognuno lo vede da sé.
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