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E' tempo di scelte

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 07/05/2024

In edicola In edicola Giovanni Bianconi, Corriere della Sera
“Al di là di ciò che verrà accertato in seguito, anziché recriminare sui tempi delle iniziative giudiziarie, la politica farebbe forse bene a trovare gli anticorpi giusti per evitare che ci si arrivi”. Così Giovanni Bianconi sul Corriere della Sera parlando di Giustizia e prendendo spunto dall’inchiesta ligure: “A partire da Mani Pulite (ma la corruzione c’era anche prima), sono più di trent’anni che le indagini svelano sempre nuovi sistemi di malaffare e di ricompense per lo scambio tra favori e compensi illeciti. Eppure — soprattutto a livello locale—gli amministratori non sembrano capaci di capire e imparare che certe cose non si possono fare o è meglio non farle, anche quando non sembrano reati e magari alla fine non vengono provati, o non lo sono affatto. La prevenzione della corruzione – osserva l’editorialista - non può non cominciare in casa propria e dai comportamenti dei singoli; continuare ad affidarla esclusivamente a chi è chiamato a reprimere non solo non basta, ma non serve a costruire una politica credibile. Così come non serve la strumentalizzazione politica delle iniziative giudiziarie. Intanto perché prima o poi si rischia di ritrovarsi in imbarazzo quando ad essere colpiti non sono più gli avversari bensì gli alleati, o addirittura gli esponenti del proprio stesso partito. E poi perché bisognerebbe sempre ricordare che la giustizia penale ha le sue regole, oltre che i suoi tempi, e non è detto che coincidano con quelle della buona amministrazione. Farne uno strumento della contesa politica è sempre un errore, il che non significa non tenerne conto. La valutazione razionale, e per quanto si può «distaccata», dei provvedimenti di un giudice dovrebbe essere l’altra faccia della prevenzione applicata in autonomia da partiti e governi, a qualunque livello. Infine, quest’ultimo scossone arriva nel momento di massima tensione tra magistratura e politica dopo l’annuncio del governo di voler procedere alla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. La «madre di tutte le riforme» in tema di giustizia, che però – conclude Bianconi - ha poco o nulla a che vedere con il funzionamento della giustizia; a cominciare dai tempi troppo lunghi, prima causa delle lamentele dei cittadini (e dei politici, quando li riguardano)”.
 
Lirio Abbate, la Repubblica
Lirio Abbate su Repubblica commenta la vicenda Toti e parla di di “corruzione senza contrasto” anche in ambito nazionale: “La storia che ci raccontano le intercettazioni di quest’ultima inchiesta ligure – scrive l’editorialista - è ben distante dalle altre precedenti: Una ‘allarmante abitualità e sistematicità’, un ‘meccanismo perfettamente collaudato’, anche nei termini utilizzati al telefono, che rischiava di essere reiterato in occasione delle prossime elezioni regionali. I politici di destra, il ministro Nordio in testa, hanno sventolato lo straccio della giustizia ad orologeria. Ma a torto: l’azione dei magistrati di Genova ha il fine di garantire la giustizia. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, fra le prime cose che ha fatto arrivando in via Arenula è stato quello di escludere dal regime ostativo reati come la corruzione in atti giudiziari, ha poi puntato il dito contro l’abuso d’ufficio, reato spia della corruzione, ha più volte illustrato la sua idea di dare una stretta sulle intercettazioni collegate a questo reato ed ha pure condiviso la proposta di evitare agli investigatori l’uso del trojan per i reati di corruzione. Ma non è solo Nordio – sottolinea Abbate - ci sono pure le azioni che sono state avviate da esponenti del governo che hanno portato a depotenziare l’Anac, l’agenzia nazionale anticorruzione, e poi quelle che hanno spuntato o frenato gli strumenti di controllo della Corte dei conti. Per non dimenticare la liberalizzazione degli appalti, assegnati nella quasi totalità dei casi senza più gara né competizione grazie al “Codice Salvini”. È liberi tutti. Insomma, il segnale politico di questa maggioranza di destra è chiaro e non conduce ad azioni che rafforzano la lotta alla corruzione che oggi è sempre più un reato occulto al di là delle semplici mazzette. Le inchieste ci mostrano un quadro sconfortante che coinvolge amministratori, politici, imprenditori, professionisti, dirigenti di azienda. Ormai in tanti casi si fa fatica a distinguere tra corruttore e corrotto, si crea uno stato di corruzione gelatinosa. Ci sono soggetti che fanno parte della pubblica amministrazione, danno informazioni e intervengono dove e quando serve, offrono un servizio completo e utilizzano meccanismi difficili da individuare”.
 
Ettore Sequi, La Stampa
“Quanto accade in queste ore tra Gaza, Il Cairo e Tel Aviv, ricorda una partita di poker in cui i giocatori hanno una mano debole e per questo ricorrono in modo spericolato a bluff e contro bluff”. Lo scrive Ettore Sequi sulla Stampa osservando come “nel giro di pochi giorni il governo israeliano ha intimato a 100 mila civili palestinesi di allontanarsi da Rafah in previsione di una campagna militare in quell’area; Hamas ha ‘accettato’ una proposta negoziale che Tel Aviv avrebbe certamente respinto; Israele ha appena avviato a Rafah un’operazione per ora limitata. Al netto degli scambi di accuse tra Hamas e Israele, quanto sta avvenendo non deve sorprendere in un contesto, come quello mediorientale, in cui la realtà non è sempre quella che appare.  Per gli Stati Uniti è cruciale far sì che si arrivi a una intesa negoziale. Biden, a pochi mesi dalle elezioni presidenziali, si è trovato nella tempesta perfetta: aggravamento della guerra in Ucraina; guerra a Gaza; crisi nel Mar Rosso. Non potendo influire in maniera decisiva sulle altre crisi – sottolinea Sequi - gioca le sue fiches sul raggiungimento di un’intesa negoziale a Gaza. A tal fine utilizza due strumenti nei confronti di Israele: la leva degli aiuti militari di cui potrebbe considerare la sospensione, in caso di operazioni su larga scala a Gaza, con tutte le possibili implicazioni umanitarie, e la facilitazione di un’intesa tra Israele e Arabia Saudita. Non sappiamo se Netanyahu si convincerà ad accettare un cessate il fuoco, e in che termini, considerato che la sua sopravvivenza politica dipende in buona parte dalla tenuta dell’alleanza con l’ultra destra, di cui è ostaggio, e che ha più volte minacciato di far cadere il governo qualora non si realizzi una massiccia operazione a Rafah o se il primo ministro acconsentirà ad accordi ‘inaccettabili’. Di certo le operazioni a Rafah, di natura chirurgica e per ora non massiccia, hanno il sapore di uno scambio militare-diplomatico. Sono il tentativo di fare pressioni su Hamas per indurla ad accettare le proposte originarie. Ciò potrà, non per molto, dar ancora spazio ai tentativi di mediazione del Qatar, ma soprattutto dell’Egitto, particolarmente preoccupato per la possibilità di esodi di massa nel Sinai di palestinesi in fuga da eventuali operazioni militari su larga scala a Rafah. Il sentiero – conclude - è stretto e tortuoso ma non senza via d’uscita”.
 
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