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Saranno elezioni euro-nazionali

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 13/05/2024

Saranno elezioni euro-nazionali Saranno elezioni euro-nazionali Andrea Manzella, Corriere della Sera
La decima legislatura del Parlamento europeo – scrive sul Corriere della Sera Andrea Manzella - sarà sotto il segno della «semplificazione». Il suo Regolamento è già cambiato. Il rapporto Letta sul mercato comune e quello Draghi sulla competitività troveranno procedure parlamentari diverse. Spesso le sue commissioni lavoreranno congiuntamente per evitare che le materie siano spezzettate nel gioco accidentato delle competenze. E saranno istituite commissioni speciali quando gli interventi tocchino trasversalmente oggetti plurimi. Ma non saranno per questo «semplici» i compiti di governo dell’Unione. Già le convergenze preventive dei governi nazionali e delle «famiglie politiche» per un candidato «giusto» alla presidenza della Commissione, dovranno superare, alla fine della storia, la prova dell’elezione in Parlamento: a voto segreto e a maggioranza dei deputati. E poi sarà un difficile governo — e richiederà una guida di forte vigore politico— se le elezioni accentueranno la divisione tra integrazionisti e sovranisti: mentre tutto quello che non è Occidente (comprese le sue pulsioni suicidarie) è già tra noi. Il Parlamento, si sa, non ha iniziativa legislativa ma funzioni di controllo e di emendamento: poteri politici comunque strategici nella dinamica europea di governo. Anche perché si accompagnano alla naturale funzione parlamentare di calare, nel processo di integrazione, le opinioni e i sentimenti prevalenti nello spazio pubblico europeo. È a questo capitale istituzionale che guardano, appunto, tra mille tensioni, le «famiglie politiche allargate» in ogni Paese dell’Unione. Anche perché le elezioni di giugno determineranno non solo la composizione del Parlamento e la conformazione del governo dell’Unione, ma anche – di riflesso – quanto ogni capo di governo nazionale conterà nel Consiglio: incrociando i suoi «numeri» nel Parlamento europeo e la sua stabilità in Patria. Un rapporto antico. La nostra identità nazionale è storicamente impastata alla componente europea Vi è dunque un legame intimo tra democrazia parlamentare europea e quella nazionale. In questa compenetrazione, non è strano (e non vale dunque la pena litigare) che – nella nostra realtà di partiti fortemente personificati – leader nazionali decidano di partecipare come «candidati civetta» alla competizione elettorale europea.
 
Gianni Riotta, la Repubblica
Su Repubblica Gianni Riotta si occupa delle elezioni presidenziali Usa. E si chiede quale conflitto peserà di più, il 5 novembre, nella sfida per la Casa Bianca fra il presidente democratico Joe Biden e il candidato repubblicano Donald Trump: guerra in Ucraina, a Gaza o guerra a TikTok? Il dilemma, che accosta la guerra globale del presidente russo Vladimir Putin alle democrazie, lo scontro fra Israele ed Hamas, dopo il pogrom del 2023 e le migliaia di vittime palestinesi, alla chiusura del social media di proprietà cinese, condensa realtà e miti nel nostro tempo. Sembra assurdo, morti e devastazioni pesano sulle elezioni Usa quanto video virali, ma è così. 170 milioni di americani usano TikTok, under 30 è un’ossessione e la scelta del presidente di proibirlo, o porlo sotto controllo di brand nazionali, vede il 40% dei ragazzi ostile. A meno di sei mesi dal voto, Biden appare alle corde. Il ritardo tragico imposto, al Congresso, dai trumpiani ai fondi per l’Ucraina costa, annotano gli strateghi dell’Institute for the Study of War, l’offensiva russa sulla città di Kharkiv, forse diversivo per frammentare il fronte a sud. Lo studioso di strategia John Nagl, molto ascoltato a Washington, consiglia di non illudersi su “tregua” o “trattativa” con Putin, pronto alla guerra di lunga durata e non al negoziato, come dimostrano i documenti della rivista Foreign Affairs a firma Sergey Radchenko e Samuel Charap. La Russia ha deciso che l’Occidente è nemico strategico e, ove trionfasse a Kiev, conclude lo storico Frederick Kagan, inquadrerebbe nel mirino i paesi Baltici, Estonia per prima. Come dimostra il colpo ai vertici delle forze armate imposto ieri. Difficile, dunque, che dall’Europa dell’Est vengano buone notizie per Biden. Anche lo scontro che oppone il presidente al premier israeliano Benjamin Netanyahu, politico e di personalità, fino all’embargo sulle bombe da duemila libbre, mette a rischio voti, ebrei scontenti per la mancata solidarietà, studenti radicali a protestare nei campus, disperdendo suffragi tra i candidati minori, il complottista Robert Kennedy, la verde Jill Stein o il filosofo Cornel West che accusano Israele di genocidio, con gli arabi del Michigan pronti ad astenersi.
 
Alessandro Campi, Il Messaggero
Gli equilibri delle democrazie contemporanee, sempre più strette tra conflitti armati diffusi, instabilità economica globale, squilibri sociali crescenti e montante apatia di massa, sono assai fragili e precari, scrive sul Messaggero Alessandro Campi. Quelli della democrazia italiana, per ragioni tutte interne al suo modo di essere e funzionare, lo sono ancora di più, a causa della debolezza organizzativa e progettuale dei partiti, che della democrazia, come sappiamo per dottrina ed esperienza, sono la maggior garanzia di stabilità: deboli loro, debole l’intero sistema. La questione della rinascita dei partiti come premessa di una sana dialettica istituzionale è annosa, ricorda Campi, ma passato il prossimo appuntamento elettorale meriterebbe di essere affrontata seriamente. Al di là di una deriva personalistico-mediatica che sembra averli accomunarli tutti in questi anni, e che in parte spiega certe loro gracilità e contraddizioni, esistono infatti delle condizioni generali che inducono a qualche ottimismo. I partiti italiani sono più strutturati di come vengono rappresentati o percepiti. Fratelli d’Italia, ad esempio, è un partito che nasce da una solida base militante e da un nucleo forte di cultura politica condivisa: un misto di politica di professione e comunitarismo su base generazionale. La Lega vanta uno storico radicamento territoriale nel Nord e rappresenta da sempre interessi sociali ben definiti: è una forza capace di grandi mobilitazioni e con un vivace pluralismo interno. Il Partito democratico, aggregatore del progressismo nazionale, ha una struttura fatta a sua volta di robusti apparati e di correnti che rimandano ad antiche tradizioni culturali. Forza Italia, non potendo più vivere solo grazie al carisma del fondatore, si è normalizzata come forza politica di stampo liberal-moderato. Una normalizzazione che ha riguardato anche il M5S dopo che Giuseppe Conte ne ha assunto il controllo facendone un partito di sinistra a vocazione statalista-redistributiva. C‘è insomma la possibilità che i partiti italiani, non più additati come causa d’ogni male anche se ancora spesso visti con sospetto, si ricostruiscano su basi nuove, tornando ad essere i protagonisti principali del gioco democratico, considerato che le alternative movimentiste, leaderistiche o tecnocratiche con cui si è pensato di sostituirli sono tutte variamente fallite nel corso degli anni. Sarà questa la principale sfida del prossimo futuro politico.
 
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