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Le riforme non più rinviabili

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 06/05/2024

Le riforme non più rinviabili Le riforme non più rinviabili Francesco Giavazzi, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Francesco Giavazzi si occupa delle riforme non più rinviabili. Riforme che sono il punto centrale del Pnrr, e che ci siamo impegnati a fare in cambio dei soldi ricevuti. Qui – scrive – c’è un esempio illuminante perché affronta alla radice uno dei motivi della nostra bassa crescita e dello scarso afflusso di investimenti dall’estero: i tempi biblici della giustizia italiana. Per quanto riguarda le cause civili la riforma della giustizia concordata nell’ambito del Pnrr prevede, entro il 2026, anno di fine del piano, la riduzione del 40%, dei tempi di decisione dei processi. A metà strada, 31 dicembre ‘23, la riduzione media raggiunta era del 17,4%, poco meno della metà del traguardo finale. Risultati analoghi per l’eliminazione dell’arretrato, un altro impegno della riforma: i dati pubblicati sul sito del ministero della Giustizia mostrano che al 31 dicembre ’23 nelle Corti di appello era stato eliminato il 97% dell’arretrato accumulato fra il 31 dicembre 2017 e il 31 dicembre 2019; l’85% nei tribunali di primo livello. Un’altra area dove i risultati sono positivi è la riorganizzazione delle stazioni di appalto attuata nell’ambito del nuovo Codice degli Appalti, un altro impegno del Pnrr.  Prima della sua introduzione le stazioni appaltanti, cioè preposte alle gare per gli acquisti delle pubbliche amministrazioni, potevano auto-qualificarsi. Ora tutte le stazioni devono essere accreditate dall’Anac, l’Autorità Nazionale Anti-corruzione. Ma non tutto funziona: il ministero dell’Istruzione ad esempio è in ritardo soprattutto sulla costruzione di nuove scuole e nuovi asili, e non è il solo. Semplici inadempienze? Può darsi. Sarà lunga da ricercare la catena di interessi e di inefficienze che determina i mancati risultati. Ma lo Stato, così come le imprese, vive anche di messaggi. Del continuo richiamarsi alle strategie che sottendono alle sue azioni. E oggi, al di là di tanti risultati positivi, del Pnrr come agente di trasformazione e miglioramento dello Stato e del Paese, si rischiano di perdere le tracce.
 
Paolo Garimberti, la Repubblica
Su Repubblica Paolo Garimberti si occupa della questione Rai e dello sciopero di oggi dei giornalisti dell’Usigrai (il sindacato dei giornalisti di viale Mazzini), che protestano contre le presunte ingerenze governative sull’informazione, sciopero contestato invece dal neonato sindacato Unirai. Un tempo, ricorda Garimberti, chi invitava a sabotare uno sciopero veniva definito un crumiro, parola che sembrava ormai desueta. Ma l’unicità della situazione che si è creata in Rai è che il crumiraggio viene proposto da un sindacato, che addirittura invita chi è di riposo ad andare a lavorare per far fallire lo sciopero. Anche l’esistenza di un sindacato alternativo all’Usigrai, il sindacato dei giornalisti del servizio pubblico, è un unicum nella storia della Rai. Unirai resta, per il momento, un sindacato largamente minoritario tra i duemila giornalisti del servizio pubblico radiotelevisivo. Ma è anche fortemente elitario, visto che conta tra i suoi aderenti quattro direttori su cinque testate dell’informazione: Tg1, Tg2, Rainews e Rai Sport. Del resto, l’accusa che Unirai rivolge a Usigrai è di aver indetto uno sciopero politico, cioè per denunciare l’informazione sempre più a senso unico dei canali della Rai. Che non solo è autolesionista perché dirotta ascolti sui canali della concorrenza. Ma è uno dei principali fattori del peggiorato posizionamento dell’Italia nel rating della libertà d’informazione. Chiedere che la politica stia fuori dalla Rai (e si può dire dai servizi pubblici radiotelevisivi della maggior parte dell’Unione europea, visto che la Brexit ha messo la Bbc fuori concorso) è un wishful thinking, cioè scambiare un desiderio con la realtà. Ma la lottizzazione come fu praticata a partire dagli anni Settanta era un modo anche per garantire un pluralismo informativo, che oggi è sempre più in pericolo. Anche Silvio Berlusconi, il quale inizialmente attuò uno spoils system selvaggio, comprese poi che la vecchia lottizzazione era un’utile foglia di fico, che gli consentiva di negare di possedere sei canali televisivi e dava comunque una parvenza, e non soltanto formale, di pluralismo al servizio pubblico. Una saggezza, o se si vuole una furbizia politica, quella di Silvio Berlusconi, che i partiti della destra oggi al governo non hanno voluto seguire.
 
Alessandro Sallusti, Il Giornale
Anche Alessandro Sallusti, sul Giornale, commenta lo sciopero indetto dai giornalisti dell’Usigrai, evidenziando come il vertice Rai abbia messo nero su bianco che i suoi giornalisti - almeno quelli iscritti al sindacato di sinistra Usigrai - dicono e scrivono fake news. Non male per essere un «servizio pubblico», è come se il ministro degli Interni sostenesse che i poliziotti rubano e quello della Sanità che i medici uccidono. Il problema è che, molto probabilmente, è proprio così, i giornalisti - invero non solo quelli della Rai - sono propensi se non proprio a mentire almeno a omettere, a sterzare la verità secondo convenienza, a indignarsi a comando. Questa volta il «comando» del sindacato rosso è di scioperare oggi per la difesa del posto di lavoro e contro presunte censure che i vertici imporrebbero nei tg e nei programmi di approfondimento per non disturbare il governo. Ohibò, da quando in qua i giornalisti Rai si battono per disturbare il governo di turno? Ma, soprattutto, perché mai un servizio pubblico dovrebbe disturbare il governo? La sua funzione non è disturbare, bensì informare con equilibrio, intrattenere, una volta era financo istruire. La verità è l’inverso di quello che viene sostenuto: se governa la destra, e solo se governa la destra, giornalisti, conduttori e ospiti (vedi caso Scurati) si prendono la libertà non prevista di usare la Rai per fini politici di opposizione, un palcoscenico pubblico pagato da noi tutti usato per fini privati. Detto che l’opposizione politica, dati alla mano, non ha mai avuto tanto spazio e visibilità sulle reti Rai, lo sciopero di oggi fa più sorridere che preoccupare e non solo perché pretestuoso e politico: i giornalisti Rai sono tra le categorie più protette, privilegiate e intoccabili del mondo del lavoro, il che dovrebbe consigliare loro, fosse solo per pudore, forme di protesta diverse da quelle in uso tra ferrotranvieri e metalmeccanici.
 
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