Versione stampabile Riduci dimensione testo Aumenta dimensione testo

Intelligenza artificiale e occupazione globale

Non c'è ragione per essere pessimisti sul lavoro

Andrea Battista 09/05/2024

Intelligenza artificiale e occupazione globale Intelligenza artificiale e occupazione globale “This time is different”. Questa volta è diverso è il titolo del famoso libro di Reinhart e Rogoff dedicato alle grandi crisi finanziarie. In questo titolo si esprime la tendenza dell’animo umano, quando certi paradigmi si ripropongono (in quel caso le crisi finanziarie) a pensare che questa volta, però, le cose andranno diversamente. La storia economica ci insegna che innovazione tecnologica, sviluppo economico e creazione netta di posti di lavoro sono tra loro in correlazione assai articolata, ma complessivamente positiva. Oggi tende chiaramente a prevalere l’idea che con l’intelligenza artificiale sarà appunto diverso. Certamente, il futuro distopico si vende bene, perché trova terreno fertile nella diffusa propensione alla paura. Di recente, in uno dei numerosi seminari dedicati all’intelligenza artificiale e ai suoi impatti, si è arrivati a ipotizzare che anche il lavoro di capo azienda possa essere affidato a un algoritmo, in un futuro non troppo lontano. Ma – detto senza alcun sentiment corporativo - chi lavorerà mai in un’azienda del genere? Intenzionalità, sentimento, coscienza: le macchine non possono averli. L’intelligenza artificiale non crea nuovi esseri coscienti. Su questo le posizioni di Barri Smith in “Perché le macchine non governeranno mai il mondo” – né ora né mai - sono a mio avviso piuttosto convincenti.
 
D’altro canto, l'occupazione, almeno nel suo complesso, non se la passa male in questi ultimi anni e le catastrofiche previsioni degli anni del Covid sono state smentite. Aldilà dei numeri, che pure per certe economie parlano chiaro, qualche settimana fa un imprenditore americano del Midwest nel settore infrastrutture mi diceva che assumere qualcuno per molti profili di variegato livello sembra oggi un’impresa impossibile. E tutto sommato siamo già nel mondo dell’intelligenza artificiale, per quanto agli inizi. Pure la visione stilizzata del momento di transizione è poco convincente, cioè di un “Tempo zero” in cui l’intelligenza artificiale crea disoccupazione e il “Tempo T” in cui questa verrà con calma riassorbita, dopo l’adeguamento delle competenze professionali delle persone. L’economia è un continuo di vicende parallele e la mera sequenzialità sta solo nella nostra logica. Rimarrà occupazione di bassa qualità e a basso valore aggiunto? Anche qui non se ne capisce la ragione. Anche servizi come i marchi di consegna a domicilio - per fare un esempio - sono multinazionali sempre più complesse, che hanno bisogno di tutte le risorse tipiche di aziende di questo genere (marketing, finanza etc.) e non solo di riders. Come andrà davvero, nessuno come sempre lo può sapere. Anche crogiolarsi nell’idea che l’innovazione tecnologica crei sempre automaticamente impatti positivi netti è una lettura potenzialmente superficiale. Il futuro è aperto e non c’è una ragione stringente per essere così pessimisti. Soprattutto se ci convinciamo tutti della ineludibile centralità etica del fattore umano e opereremo in questa direzione.
 
Altre sull'argomento
Il declino demografico dell'Europa
Il declino demografico dell'Europa
La popolazione in età da lavoro è scesa a 260 milioni dal picco di 270 ...
Lavoro, l'intreccio tra salari e crescita
Lavoro, l'intreccio tra salari e crescita
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Paradossi all'italiana
Paradossi all'italiana
Precariato, lavoro che manca e immigrazione governata dalla paura
Altro parere
Altro parere
Toti e le malefemmine
Pubblica un commento
Per inserire un nuovo commento: Scrivi il commento e premi sul pulsante "INVIA".
Dopo l'approvazione, il messaggio sarà reso visibile all'interno del sito.