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Altro parere

Toti e le malefemmine

Redazione InPi¨ 07/05/2024

Altro parere Altro parere Marco Travaglio, Fatto Quotidiano
Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano commenta così la vicenda Toti: “Chiunque in questi nove anni abbia frequentato, anche di sfuggita, la sua Liguria, il sistema di potere che gli girava intorno l’ha respirato nell’aria. Il Fatto ha pubblicato decine di inchieste sul Sistema Liguria, che si è retto e ha prosperato anche grazie al silenzio più o meno prezzolato della stampa nazionale e locale e al consociativismo del principale partito di cosiddetta opposizione: il Pd. A parte i 5Stelle – sottolinea Travaglio - l’unico esponente del centrosinistra che l’ha denunciato (anche in Procura) è Ferruccio Sansa, che prima di candidarsi contro Toti scriveva per noi dopo aver provato invano a farlo su vari giornaloni. Intanto i ras ‘progressisti’ liguri lo deridevano come un ‘Don Chisciotte’ solitario e velleitario. La nuova questione morale partita dalla Puglia e proseguita a Torino e in Sicilia fa ora tappa in Liguria. Il comune denominatore, al di là del folklore delle fiches da casinò e delle escort da casino, sono i voti comprati (anche mafiosi); le mazzette elettorali di imprenditori che un tempo dovevano svenarsi per comprarsi i politici e adesso allungano loro mancette da straccioni; e il trasversalismo che tutto copre. E si esprime in due forme diverse: al Sud (vedi Puglia e Sicilia) trasformisti e voltagabbana si mettono all’asta migrando da destra a sinistra o viceversa per stare sempre con chi comanda, senza mai incontrare un buttafuori che li cacci sull’uscio; al Nord (vedi Piemonte e Liguria)
il consociativismo centrodestra-centrosinistra garantisce i comuni affari e malaffari secondo la regola ‘una mano lava l’altra’, senza neppure la fatica dei traslochi. Mollata FI, Toti si era piazzato nella morta gora del ‘centro’ per alzare il suo prezzo e far pesare meglio i voti raccattati come ora sappiamo. Una mangiatoia che molti cittadini, anzi sudditi conoscono benissimo per averne ricevuto le briciole o perché sperano di assaporarle, il che spiega il successo nel voto locale di questi centrini senza capo né coda. Ora naturalmente il centrodestra, mentre cavalca le retate sul Pd in Puglia, strilla alla ‘giustizia a orologeria’. Ma qui – conclude - l’unico rilievo che si può muovere all’orologio dei magistrati è quello di portare qualche anno di ritardo”.
 
Emiliano Brancaccio, il Manifesto
“Negli ultimi giorni le grida indignate dei liberisti hanno preso di mira l’iniziativa della Cgil sui referendum anti-precariato”. Emiliano Brancaccio sul Manifesto osserva come “i fautori dei licenziamenti facili e dei contratti temporanei sostengono che la politica di precarizzazione che ha imperversato negli ultimi decenni, per quanto amara, è stata una medicina indispensabile per creare posti di lavoro. Pertanto, essi lamentano che una eventuale vittoria referendaria provocherà solo danni, con meno sviluppo e meno occupazione. Ma è proprio vero che la precarietà ha creato lavoro? Dinanzi a questa domanda, Matteo Renzi e gli altri alfieri del Jobs Act la fanno piuttosto facile. A loro avviso, se negli anni successivi all’approvazione di quella legge c’è stato un aumento degli occupati, questo dovrebbe esser sufficiente per sostenere che la norma ha creato nuovi posti di lavoro. A ben vedere – sottolinea Brancaccio - un tale ragionamento è quanto di più lontano da un discorso che possa definirsi scientifico, visto che dimentica tutte le altre variabili in gioco, tra cui il fatto rilevante che nell’arco di tempo esaminato si sono attuate politiche monetarie e di bilancio più espansive che in passato. Ma allora, se sgombriamo il campo dalle risibili stregonerie renziane, qual è la realtà dei fatti? Esistono prove scientifiche della tesi secondo cui la precarietà del lavoro crea occupazione? La risposta è: no. Una recente meta analisi ha mostrato che l’88 percento di tutte le ricerche pubblicate su riviste di rango internazionale nega l’esistenza di relazioni statistiche significative tra precarizzazione dei contratti e crescita dell’occupazione. Tutte queste evidenze si spiegano in modo abbastanza semplice. Se si può ammettere che i contratti precari inducono gli imprenditori ad assumere di più nelle fasi di espansione economica, allora per la stessa ragione si deve riconoscere che quegli stessi contratti consentono ai capi delle imprese di licenziare di più quando c’è crisi. L’implicazione è che tra posti di lavoro ogni volta creati e distrutti, l’effetto occupazionale netto è zero. Se dunque non serve a creare occupazione, quali sono gli obiettivi reali della precarizzazione? La risposta dell’evidenza empirica è chiara: quando si abbassano le tutele del lavoro – conclude - diminuiscono anche le retribuzioni e la quota salari sul Pil, mentre aumenta la quota dei profitti e delle rendite”.
 
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