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Lo schiaffo cinese

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 09/05/2024

Lo schiaffo cinese Lo schiaffo cinese Paolo Mieli, Corriere della Sera
Un bel ceffone alla Nato. Ma anche, sia pure di striscio, all’Europa. Questo – scrive sul Corriere della Sera Paolo Mieli – è stato il senso del viaggio che ha portato il Presidente cinese Xi Jinping a Parigi, Belgrado e adesso a Budapest. La parte meno prevedibile è stata quella che si è svolta al cospetto di Emmanuel Macron (e di un’innervosita Ursula von der Leyen). A Xi Jinping sarebbe costato infatti pochissimo trovare qualche espressione per augurarsi che in Ucraina si giunga in tempi rapidi ad un accordo di pace con soddisfazione di entrambi i contendenti (aggressore e aggredito). Invece, niente. A Belgrado Xi ha partecipato alla cerimonia commemorativa per i venticinque anni dai bombardamenti Nato sulla Serbia di Milosevic. Bombardamenti in cui fu colpita (per sbaglio, con tanto di immediate scuse) l’ambasciata di Pechino provocando la morte di tre giornalisti cinesi. L’errore ci fu, ma il leader cinese ha sostenuto che, all’epoca, la sede diplomatica fu colpita «deliberatamente» e ha pronunciato nei confronti dell’Alleanza atlantica minacce neanche tanto velate. Terza tappa, oggi e domani, nell’Ungheria di Viktor Orbán che fa parte dell’Alleanza di cui si è detto, oltreché dell’Unione europea. Al termine di queste «visite», Xi Jinping ha annunciato che incontrerà Putin e con lui, si presume, tirerà le somme del fruttuoso viaggio. L’Europa queste somme le può trarre già ora. Per la Cina la Ue è insignificante sotto il profilo strategico; può prendere peso, agli occhi di Pechino, solo e se decide di intralciare in qualche modo gli Stati Uniti (e favorire l’ascesa del rivale di Trump); nei confronti di chi si mette su questa strada il partner asiatico è disposto a spendere e far fare affari.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Nella confusione inevitabile della campagna elettorale, commenta su Repubblica Stefano Folli, l’ipotesi del “premierato” viene riproposta dalla premier Meloni come «la madre di tutte le riforme». È un piano elettorale che poggia su tre gambe: l’elezione diretta del presidente del Consiglio; l’autonomia differenziata, che non richiede una revisione della Carta; la separazione delle carriere dei magistrati e altri interventi in materia di giustizia. Ogni partito della maggioranza ha la sua bandiera, ma i tempi delle riforme non sono prevedibili. Ieri Giorgia Meloni, nel convegno che si è svolto alla Camera, si è detta aperta al «dialogo» con le opposizioni per migliorare il testo, ma è stata vaga su uno dei punti deboli dell’operazione in corso: la legge elettorale su cui gli italiani dovranno votare il loro premier. Si è limitata a dirsi favorevole a introdurre le preferenze. Eppure si tratta di un passaggio cruciale, in grado di fare la differenza tra una brutta riforma e un intervento costituzionale su cui si possono avere, come è logico, giudizi opposti, ma che alla fine esce dal Parlamento migliore di come vi era entrato. E qui scendono in campo le opposizioni, nel giorno in cui il “premierato” arriva a Palazzo Madama. Ci sono due linee: dire un secco “no” a tutto (premierato, autonomia, giustizia); oppure accettare entro certi limiti l’idea del dialogo. Elly Schlein, Giuseppe Conte e i gruppi minori della sinistra hanno già scelto: un fermo “no” da gridare in piazza il 2 giugno, festa della Repubblica, quando mancherà una settimana al voto europeo. Ma un gruppo di “riformisti” del centrosinistra vogliono emendare il “premierato” meloniano: Stefano Ceccanti, Peppino Calderisi, Enrico Morando, Claudia Mancina, Gaetano Quagliariello, Nicola D’Amico e altri. Chiedono di introdurre il ballottaggio nella legge elettorale, più una serie di correttivi al testo costituzionale.
 
Eugenia Tognotti, La Stampa
L’affaire Astra Zeneca – scrive Eugenia Tognotti sulla Stampa – è una bomba a grappolo che lascerà sul terreno materiale inesploso alimentando disinformazione, fake news, sfiducia nella scienza. Dapprima è arrivata l’ammissione di Astra Zeneca che il vaccino Vaxzevria può provocare rari effetti collaterali come coaguli di sangue e un basso numero di piastrine. E ora l’annuncio del ritiro del vaccino a vettore virale Vaxzevria che non potrà essere utilizzato in Europa e prossimamente, con tutta probabilità, anche nel Regno Unito dove è tuttora in campo. Senza fare alcun riferimento alla tesa battaglia legale che sta affrontando presso l’Alta Corte in Inghilterra, la multinazionale farmaceutica anglo-svedese– nega che la decisione di ritirare il vaccino sia legata al caso giudiziario, insistendo sul fatto che il vaccino viene invece ritirato dai mercati per ragioni commerciali. Insomma, considerata la quantità di vaccini disponibili ed efficaci per le nuove varianti di Covid-19 non c’è più domanda per quel vaccino che, di conseguenza, non è più stato prodotto né distribuito. Non prevedendo future richieste, l’azienda è quindi giunta alla decisione di ritirare l’autorizzazione all’immissione in commercio. Difficile immaginare un modo più sgangherato e sbagliato di quello scelto da Astra Zeneca per comunicare il ritiro del vaccino Vaxzevria in Europa. E si può aggiungere più capace di produrre danni in un post Covid ancora segnato dalla guerra no vax.  Quello che sarebbe, anzi è, necessario ora, qui in Italia, è che Astra Zeneca, l’Aifa e il ministero della Salute, intervengano con una comunicazione efficace in grado di allontanare la tempesta di disinformazione che già infuria sui social, spinta dal nefasto collegamento tra il ritiro del vaccino contro il Covid in tutto il mondo e gli effetti collaterali rari e pericolosi ammessi dal colosso farmaceutico.
 
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