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Soglia d'allarme

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPi¨ 06/05/2024

In edicola In edicola Goffredo Buccini, Corriere della Sera
“Due sortite maggiori hanno risvegliato il dibattito, fin troppo a lungo sopito, sulla guerra in Ucraina”. Lo sottolinea Goffredo Buccini sul Corriere della Sera: “Emmanuel Macron – scrive l’editorialista - è tornato a prospettare l’invio diretto di soldati ove le truppe di Mosca sfondassero il fronte marciando verso Kiev: evento tutt’altro che improbabile. David Cameron ha spiegato di giudicare lecito che gli ucraini usino armi fornite da Londra per colpire il territorio russo. Parole europee così forti e concomitanti non s’erano forse mai sentite dall’inizio dell’aggressione del 2022. Sicché le frasi del presidente francese e del ministro degli Esteri britannico devono a questo punto indurci a una lettura sinottica carica, sì, di apprensione: ma per motivi alquanto diversi da quelli emersi nella maggioranza dei commenti, anche in quelli più condivisibili (certo, si alza la tensione). Vi si coglie il segno che il confronto, impari sin dall’inizio tra resistenti e aggressori, sta scivolando su un piano inclinato difficile da raddrizzare. Ora – dice Buccini - parlando all’Economist da leader europeo, il presidente francese spiega che la nostra sicurezza verrebbe spazzata via se Putin prevalesse. La diplomazia con Mosca è del resto pura chimera. Che proprio gli anglofrancesi, infelici protagonisti dell’appeasement che spianò la strada a Hitler nel 1938, diano voce all’Europa di fronte a una nuova minaccia totalitaria può inscriversi negli ammaestramenti della storia. Di certo la partita europea prima e dopo le elezioni di giugno si giocherà su questo tavolo (oltre che su quello economico). L’Italia si presenta con la consueta trasversale creatività. Per sgradevole che sia, la categoria del nemico esiste da quando esiste l’uomo e forse sarebbe il caso di ascoltare i nostri militari, i quali ci mettono in guardia sulla «deterrenza zero» che il Paese sarebbe in grado dimostrare con la sue scarse spese per la difesa. Mancando di carri armati, soldati e munizioni, sarebbe forse saggio non essere troppo tranchant con chi, come Macron o Cameron, potrebbe darci una bella mano nelle avversità. Ricordando che certo una scuola è sempre da preferire a un cannone. Ma, come l’Ucraina insegna – conclude - chi non ha cannoni per difenderla dai tiranni, perde anche la scuola”.
 
 
Marco Patucchi, la Repubblica
Marco Patucchi su Repubblica parla della piaga dei morti sul lavoro: “‘Terribile e inaspettata tragedia’ ha detto il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, a poche ore dalla strage di Casteldaccia. ‘Inaspettata’? Nessuno ovviamente può attendersi la morte sul lavoro di sei operai, per di più neanche un mese dopo le sette vittime dell’esplosione alla centrale idroelettrica di Bargi. Ma i numeri di questo crimine di pace, la media italiana di tre caduti al giorno, non ammettono più retorici sgomenti delle istituzioni. Ipocrite indignazioni. Esattamente un anno fa – ricorda Patucchi - proprio Schifani scriveva sulle pagine palermitane di Repubblica che avrebbe preso ‘personalmente in carico il problema, causato dalla carenza di personale negli organici della Regione, ma anche da alcune ingiustificate e ingiustificabili inefficienze burocratiche’. È passato un anno, dunque, ma quell’impegno preso da Schifani non ha prodotto risultati. Così come tutte le altre promesse della politica a livello nazionale. L’esempio della Sicilia è rivelatore di come la ‘guerra minore’ — a dirla con George Orwell nel reportage sui caduti delle miniere inglesi, storia antica eppure attualissima — in Italia venga affrontata solo a colpi di proclami. Per essere in linea con la media europea, nell’Isola servirebbero 500 ispettori mentre si arriva a malapena a 90. La Sicilia, in quanto regione a statuto speciale, ha addirittura due corpi ispettivi: quello regionale e quello delle Aziende sanitarie provinciali, ma mentre l’assessorato non assume ispettori da anni, le Asp possono contare su appena 45 tecnici della prevenzione. Significa che c’è un ispettore ogni 39mila imprese. Prevedibilmente in queste ore si tornerà a parlare di introduzione del reato di omicidio sul lavoro, di creazione di una procura nazionale di settore, di freni alle filiere dell’appalto, di immaginifiche patenti a punti delle aziende, di retorica e assolutoria prevenzione. La Costituzione dice che siamo un Paese fondato sul lavoro, ma non è più tempo di parole. È ora che qualcuno – conclude l’editorialista - si passi la mano sulla coscienza e ammetta una volta per tutte le proprie responsabilità morali e istituzionali. Agendo di conseguenza”.
 
Pietro Reichlin, La Stampa
“La decisione della segretaria del Pd di appoggiare il referendum Cgil per l’abolizione del Jobs Act è la prova ulteriore che la sinistra italiana ha voltato pagina rispetto alla stagione ‘riformista’ degli anni passati”. Lo scrive Pietro Reichlin sulla Stampa: “Per capire l’iniziativa referendaria, e la svolta politica del Pd – sottolinea l’editorialista - occorre forse analizzare il segnale politico che essa produce, e come sarà percepita dall’elettorato, più che il dettaglio normativo oggetto del quesito. Con il Jobs Act, spiega Reichlin, “si ritiene che la determinazione per via giudiziaria dei licenziamenti generi maggiore incertezza per imprese e lavoratori, costi molto alti nel caso di una durata irragionevole delle cause di lavoro e maggiore precariato per chi cerca un nuovo impiego. In secondo luogo, si afferma il principio che la sostituzione del reintegro coatto con l’indennizzo economico del lavoratore licenziato (un’indennità che oggi arriva fino a 36 mesi) debba essere accompagnata da un rafforzamento e un’estensione dei sussidi di disoccupazione a tipologie contrattuali precedentemente escluse. Questo è quello che si è cercato di fare nel Nord Europa negli ultimi trent’anni e che è alla base del modello sociale dell’Europa continentale. Il “modello italiano” è basato, invece, sulla cassa integrazione, sulla debolezza delle politiche attive del lavoro e su una diffusione abnorme del lavoro autonomo che spesso nasconde rapporti di lavoro dipendente. Ciò aumenta il precariato, frena la mobilità e la re-impiegabilità dei lavoratori, aumenta l’inefficienza dei profili occupazionali, retributivi e contrattuali per classi di età e livello di istruzione e mina le basi del sistema previdenziale. In ogni caso, non abbiamo assistito ad un aumento percepibile dei licenziamenti, e i dati tendenziali sul mercato del lavoro registrano un aumento dell’occupazione a tempo determinato. Date queste premesse, sembra ragionevole dire che, in questo caso, lo sguardo della Cgil e del Pd sia rivolto più al passato che al presente. Lo sforzo di un partito che ha a cuore il benessere dei lavoratori – conclude - dovrebbe essere quello di garantire un sistema efficace e universale di ammortizzatori sociali, la partecipazione delle imprese ai costi di reinserimento dei lavoratori e il rafforzamento delle politiche attive del lavoro”.
 
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