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Altro parere

La difesa dei valori

Redazione InPi¨ 10/05/2024

Altro parere Altro parere Andrea Fabozzi, il manifesto
La Comunità ebraica romana, scrive sul manifesto Andrea Fabozzi, dalla quale il 25 aprile sono partiti sassi, barattoli di piselli («morti di fame», era l’allusione) e auspici di stupro rivolti ai manifestanti pro Palestina, ieri si è unita alla solidarietà verso la ministra della famiglia Roccella, pesantemente contestata agli «Stati generali della natalità». Lo ha fatto rivendicando una comune condizione di sofferenza: la ministra sarebbe stata vittima di «una censura inaccettabile, la stessa messa in atto in forme anche più violente nelle Università contro chi semplicemente è ebreo». Ecco dunque l’anello mancante nel nuovo ordine retorico nazionale: protestare a voce alta contro le posizioni (e gli atti) di una ministra e urlarle contro equivale in termini di gravità a essere antisemiti. Che come si sa è il marchio di infamia con il quale si liquidano e si tendono oggi a silenziare un numero crescente di posizioni politiche non conformi a quelle dominanti. Naturalmente il parallelo tra la contestazione e l’antisemitismo è una solenne sciocchezza che fa danni innanzitutto alla serietà con cui va individuato e combattuto l’odio anti ebraico, posto che antisemiti purtroppo ce ne sono davvero, aspiranti persecutori di ebrei disgraziatamente non mancano e persecutori effettivi in patria ce ne sono stati anche troppi - peraltro nella genealogia politica di chi adesso sputa sui pro Palestina o li fa manganellare. Sciocco, ma molto eloquente, il parallelo della comunità ebraica romana evidenzia però in maniera scomposta ed esplicita l’ansia di scacciare dal campo delle cose possibili le opinioni difformi. Ansia contenuta praticamente in tutti i commenti che hanno accompagnato il vittimistico abbandono della platea della ministra Roccella. Una scena peraltro identica (commenti allarmati compresi) a quella alla quale abbiamo assistito giusto un anno fa a Torino.
 
Daniele Capezzone, Libero
Non saremmo sicurissimi – commenta su Libero Daniele Capezzone – del fatto che gli italiani, l’altra sera, si siano particolarmente emozionati sentendo Elly Schlein che invitava tutti a usare «i nostri corpi» per «fare muro» contro la riforma costituzionale di Giorgia Meloni. Ecco, poche ore dopo quella infelice e retorica sparata, il corpo – nel senso del corpo vero, non metaforico –di un 35enne vice ispettore della Polizia è stato ripetutamente colpito a Milano dalle coltellate inferte da un criminale, un irregolare marocchino. È doloroso ma necessario partire esattamente da qui: dall’incommensurabile distanza tra la farsa e una tragedia, tra parole dette a vanvera e una realtà dolorosa e insanguinata, tra chi evoca con troppa superficialità contrapposizioni insensate e le estremizza per farne una chiassata politica e chi invece, da servitore dello stato, nello squallore e nel tremendo pericolo notturno di una stazione milanese, si ritrova a vedere la morte in faccia. Per questo–non certo per il presunto fascismo in agguato – siamo abbastanza sicuri che molti italiani provino commozione: quel poliziotto 35enne ci rappresenta tutti, e non solo perché potrebbe essere uno di famiglia, ma perché il suo intervento (per fermare il delinquente che stava tirando pietre all’impazzata e aveva già colpito una donna) ci ricorda le paure con cui si misura ognuno di noi rientrando a casa la sera, entrando o uscendo da una stazione, o aspettando il ritorno di una persona cara. In questa storia c’è proprio tutto ciò di cui la buona politica dovrebbe occuparsi. Vale in primo luogo per la sinistra: nessuna voglia di infierire da parte nostra, ma questo orrendo caso di cronaca fa a brandelli la narrazione progressista di tutti questi anni. Chi è il colpevole? Un extracomunitario irregolare, incredibilmente clandestino da 22 anni (la sua prima fotosegnalazione in Italia risale al 2002!), con un elenco di precedenti penali da togliere il fiato: rapina aggravata, furto, lesioni personali, reati connessi agli stupefacenti, altri reati contro il patrimonio, più resistenza a pubblico ufficiale.
 
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