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Pd, la svolta a sinistra e i conti col passato

Redazione InPi¨ 09/05/2024

Altro parere Altro parere Luca Ricolfi, Il Messaggero
Sul Messaggero Luca Ricolfi commenta la decisione della segretaria del Pd, Elly Schlein, di firmare il referendum contro il Jobs Act, promosso dalla Cgil. Prima di lei avevano già firmato i dioscuri Bonelli e Fratoianni, leader dell’Alleanza Verdi-Sinistra, e prima ancora l’astuto Giuseppe Conte, che con questa mossa ha segnato un punto nella corsa alla guida del centrosinistra. La scelta di Elly Schlein è perfettamente comprensibile, viste le posizioni su cui si è candidata alla segreteria del Pd, ma avrà inevitabilmente delle conseguenze. La prima è una sorta di rimodulazione radicale della geometria interna del centro- sinistra: mai come oggi sono state grandi le distanze fra il Pd e il trio riformista Azione-Italia Viva-Più Europa, e mai come oggi sono state piccole, per non dire inesistenti, le distanze programmatiche fra Pd, Cinquestelle, Verdi e Sinistra Italiana. Mai come oggi, soprattutto, è stata evidente la sudditanza del Pd al Movimento Cinquestelle e a Giuseppe Conte, che non perde occasione per mettere in imbarazzo la leader del Pd, oggi sulla politica economico-sociale, con la tempestiva firma del referendum contro il Jobs Act, ieri sulla questione morale, lucrando sugli scandali che hanno coinvolto il Pd a Bari e Torino. C’è anche un’altra conseguenza, però. La scelta di rinnegare il passato del Pd, rende ancora più difficile un’alleanza strategica con la sinistra riformista, che ora – grazie all’involuzione massimalista e giustizialista del Pd – non include solo i partiti di Renzi e Calenda, ma anche quello di Emma Bonino. L’ultima super-media dei sondaggi rivela che Pd e alleati sono fermi al 40%, mentre i tre partitini riformisti sono vicini al 9%. Difficile pensare che, alle prossime elezioni, quel 40% del “campo giusto” possa miracolosamente tramutarsi in un 50%, necessario per competere vittoriosamente con il centrodestra.
 
Alessandro Sallusti, Il Giornale
Che il 25 aprile non possa essere una festa di unità nazionale – scrive Alessandro Sallusti sul Giornale – è chiaro e ormai acquisito. Ci rimaneva il 2 giugno, Festa della Repubblica che ricorda in modo solenne il giorno – 2 giugno 1946 – in cui gli italiani (e per la prima volta le italiane) furono chiamati a votare al referendum per decidere se l’Italia doveva essere repubblica o monarchia. Come è andata è noto: Repubblica, una e indivisibile, almeno fino a ieri. Già, perché il Pd di Elly Schlein, rompendo un protocollo istituzionale che dura dal 1947, ha convocato per il prossimo 2 giugno una manifestazione di piazza delle sinistre con il chiaro intento di oscurare, o almeno contrappor- si, il «2 giugno delle destre». Insomma, da una parte avremo la festa incarnata dal Capo dello Stato Sergio Mattarella che simboleggia l’unità della Repubblica con sfilata sui Fori Imperiali delle nostre Forze Armate chiamate a difenderla, mentre poco lontano il Pd celebrerà la festa della repubblica autonoma delle sinistre unite. Al netto dello sgarbo istituzionale e del tentativo di attirare su di sé l’attenzione a sette giorni dal voto per le europee, lo strappo formale pone una questione sostanziale. Dimostra cioè quanto si stia facendo profondo il solco che divide il Pd dal Paese reale, dalla sua storia, dai suoi simboli. In America è impensabile che i partiti si dividano sul 4 luglio, festa dell’indipendenza dal dominio inglese, o che i francesi litighino tra loro il 14 luglio, festa nazionale nel giorno della presa della Bastiglia. Funziona così nei Paesi dotati di una classe dirigente matura e responsabile, un giorno di tregua in cui la memoria viene prima dell’attualità per evitare che si perda il senso di appartenenza. Con questa sinistra da noi tutto ciò è impossibile.
 
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