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Ebadi: «Xiaobo dimenticato in nome degli affari»

Francesca Caferri, Repubblica, 14 luglio

Redazione InPiù 14/07/2017

Shirin Ebadi Shirin Ebadi «Il mondo non ha dimostrato abbastanza sensibilità nei confronti di quest’uomo coraggioso. Non lo hanno fatto i governi e non lo ha fatto il comitato del Nobel, forse perché la Cina è un Paese molto potente e gli interessi economici in ballo in questa storia erano altissimi». Intervistata su Repubblica da Francesca Caferri, l’iraniana Shirin Ebadi, avvocato per i diritti umani esule a Londra, non teme di parlare in modo chiaro sulla morte del collega Premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo. Cosa ha pensato quando ha saputo quello che era successo? «Prima c’è stato il dolore. Poi è scattato anche altro. Quando uno vince il premio Nobel, il sostegno nei suoi confronti non deve limitarsi al giorno dell’annuncio o alla durata della cerimonia. Lo scopo del premio è dare rilevanza e valore alle attività pacifiche del vincitore: ed essere al suo fianco se incontra difficoltà per ciò che dice o fa Ma la paura diffusa del governo cinese e delle sue reazioni hanno fatto chiudere un occhio». A chi? «Al comitato del Nobel, ma anche ai Paesi che in Cina hanno interessi economici». Che eredità lascia Xiaobo? «La divido in tre categorie. La prima, la sua vera eredità, è la necessità di rispettare la libertà di espressione. È una lezione che dobbiamo imparare dalla sua vicenda. La seconda è la necessità di sostenere chi si è battuto per la pace e per questo ha vinto il Nobel: spero che questa vicenda sia da lezione al Comitato per il Nobel e che da ora in avanti dimostri più attenzione verso i vincitori. La terza lezione va invece ai cittadini, alla gente comune: spero che quello che è accaduto insegni a tutti a non dimenticare mai le proprie aspirazioni e i propri ideali».
 
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