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La sfida aperta e i ritardi
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 27/05/2026
Nel suo editoriale sul Corriere della Sera, Paolo Mieli sostiene che le recenti amministrative non abbiano provocato alcun “terremoto” politico: la sfida tra centrodestra e centrosinistra resta aperta, senza cambiamenti tali da segnare una svolta storica. Secondo Mieli, il centrosinistra avrebbe però sopravvalutato l’impatto dei referendum sulla giustizia, interpretandoli come il preludio alla crisi del governo di Giorgia Meloni e a un’ascesa automatica dell’opposizione guidata da Elly Schlein. L’editorialista evidenzia invece come i sondaggi abbiano continuato a indicare Fratelli d'Italia come primo partito, senza reali possibilità di sorpasso da parte del Partito Democratico. Da questa lettura errata deriverebbe una sostanziale immobilità del campo progressista, ancora privo di una leadership definita, di una linea chiara in politica estera — in particolare sull’Ucraina — e di proposte concrete su sicurezza, immigrazione ed economia. Mieli critica inoltre l’assenza di una visione alternativa al governo: dire soltanto “no” alle misure dell’esecutivo non basta, servirebbero proposte credibili su debito pubblico, spesa statale e coperture economiche. Altro nodo è la costruzione dell’alleanza: in passato il centrosinistra riusciva a unire culture politiche differenti valorizzando figure condivise come Romano Prodi o Francesco Rutelli; oggi, sostiene Mieli, prevale invece un assetto troppo centrato sull’apparato del Pd, che lascia poco spazio agli alleati del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi e Sinistra. Infine, il giornalista osserva che a destra emergono fenomeni nuovi come quello legato a Roberto Vannacci, segno di vitalità politica, mentre nel centrosinistra non nascono esperienze analoghe o nuove energie. La conclusione è che il “motore” progressista abbia bisogno di una profonda revisione politica e strategica.
Marco Follini, La Stampa
In un editoriale pubblicato su La Stampa, Marco Follini riflette sull’incertezza come tratto dominante della politica italiana. Secondo Follini, il rapido alternarsi delle interpretazioni elettorali dimostra quanto sia fragile ogni previsione: dopo il referendum sulla giustizia si era parlato di un centrosinistra lanciato verso la vittoria, ma il voto amministrativo di Venezia e di altre città ha subito rimesso in discussione questa lettura, mostrando che il centrodestra mantiene ancora una forte capacità competitiva. Il problema è che si continua a cercare una direzione chiara in un panorama politico che forse non ne offre una. Gli elettori, sostiene, diffidano sempre più delle certezze assolute e delle narrazioni trionfalistiche. Più che rassicurazioni definitive, cercano un argine alle sicurezze ostentate dai partiti e dai loro leader. Quando la richiesta di stabilità e governabilità si trasforma in un’idea di vittoria inevitabile o “predestinata”, l’opinione pubblica tende infatti a reagire con sospetto. Follini descrive un Paese segnato da una storica diffidenza verso il potere, che la politica non riesce a gestire con equilibrio e moderazione. Al contrario, prevale spesso la tentazione di promettere vittorie già acquisite, esasperando toni e aspettative. In questo clima, anche il linguaggio politico assume i contorni di un “bollettino militare”, dominato da slogan e logiche da campagna permanente. Il riferimento a figure come Roberto Vannacci serve a sottolineare come la comunicazione politica faccia leva su dinamiche conflittuali e muscolari, mentre gran parte dell’elettorato desidererebbe semplicemente essere ascoltata con maggiore attenzione. Secondo Follini, gli italiani hanno imparato a diffidare delle promesse troppo facili e soprattutto dell’atteggiamento di chi si considera già vincitore. Il dubbio, la prudenza e perfino l’incertezza vengono spesso trattati dai partiti come segni di debolezza o disfattismo, mentre in realtà potrebbero rappresentare un modo più autentico di interpretare la complessità politica. Per questo, conclude, il continuo ribaltamento delle aspettative elettorali non è casuale, ma diventa esso stesso una forma di espressione della volontà popolare.
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica “Sarà per l’età e i ricordi annessi (Fiat Seicento, Fiat Millecento D, Fiat Millecinque, Fiat 131, Fiat Uno, Fiat Punto: furono le automobili di mio padre), ma l’arrivo sul mercato di una nuova Fiat, anzi due, è una notizia che ancora un poco mi tocca. E posso dirlo più serenamente ora che questo giornale è in altre mani. Mi tocca anche perché di nuove Fiat ce ne sono state ben poche, negli ultimi decenni, e si pensava che quell’inceppo produttivo fosse ormai irreversibile, uno dei tanti segni del declino industriale italiano, della finanziarizzazione di quel gruppo e di quella famiglia, sempre più lontana dalle fabbriche e sempre più vicina alle Borse. Per altro, niente è eterno, e Fiat poteva benissimo essere una parola novecentesca, rimpiazzata da nuove parole cinesi. Di marchi ormai sepolti ce ne sono a bizzeffe, la memoria di ognuno di noi è piena di oggetti, merci, simboli che il tempo si è portato via. Ora, non sono un addetto ai lavori e non saprei dire che cosa ci sia di davvero “italiano” nelle nuove Fiat in arrivo. E che cosa invece discenda dall’ibridazione con americani, francesi e quant’altri. Ma l’idea di una “nuova Fiat” è qualcosa che un poco mi appartiene, come italiano stagionato. In quanto ex proprietario di una 127 usatissima che ruppe il motore ad Ancona, neopatentato grazie alla Cinquecento azzurra di mio fratello sulla quale imparai a fare la “doppietta” (cambio non sincronizzato, i meno giovani sanno di quale epopea sto parlando), autore di una “Ode alla Duna” in occasione del memorabile “Dunaraduno” di Cuore, beh, mi sento partecipe di questi inattesi segnali di vita. Per noi novecenteschi le merci ebbero un ruolo da protagoniste, e le automobili sono state quasi esseri viventi. Della finanza, a conti fatti, ce ne importa un fico”.
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