Uccidete Cavour
La figura storica di Cavour, “Il conte che fece l’Italia”, è raccontata dalla penna colorita, documentata, ironica di Giorgio Caponetti, che nel ricostruire con cura la personalità di Camillo Benso, interviene nella narrazione, facendosi anche lui personaggio nella Torino odierna, la città in cui nel 1810 era nato , secondogenito di una famiglia importante, Camillo, dal marchese Michele e dalla marchesa ginevrina Adelaide de Sellon d’Allaman, calvinista, molto ricca. Il nome di Camillo deriva dall’amico di famiglia e governatore di Torino, il principe Camillo Borghese, marito di Paolina, sorella di Napoleone Bonaparte. Dunque grande aristocrazia, grandi amicizie, grandi agi, un palazzo, a Torino, dove abita la grande famiglia al gran completo, la nonna marchesa Philippine, le zie Victoire e Henriette, e tanti servitori, cavalli, bestiame, terre da cui provenivano riso, vini, prodotti per apparecchiare tavole raffinate dove si servivano specialità piemontesi. Camillo viene avviato alla carriera militare, avendo lui escluso la carriera ecclesiastica: d’altra parte è il cadetto, e non può sottrarsi al suo destino. Negli anni in cui resta arruolato, inviato per servizio in luoghi impervi, il giovane Cavour fa esperienza ma è certo che non è quella la sua vera vocazione. Presto il padre acconsentirà a farlo congedare, permettendogli di coltivare la passione per l’agricoltura, i viaggi, le esperienze all’estero; diventa amministratore della tenuta di Leri, che cambia radicalmente inserendo innovazioni tecniche che ha appreso in Inghilterra, e rendendo la tenuta di famiglia un modello economico ed imprenditoriale. Camillo ama le donne, la bella vita, ma anche lo studio, l’impegno, il lavoro quotidiano; si alza prestissimo, ha un assistente privato che lo serve fedelmente, è ambizioso e sicuro di sé. Entra a far parte della vita di corte, siamo negli anni di Carlo Alberto, delle difficoltà della piccola monarchia sabauda di stare al passo con i tempi, mentre l’Europa si sta sollevando. Lo Statuto Albertino è un passo fondamentale nello svecchiamento della società piemontese, ancora legata all’ancien régime, e Cavour partecipa e fa parte della classe dirigente che incoraggerà quel cambiamento. Caponetti racconta tutta la storia che avrà per protagonista Cavour, prima ministro dell’agricoltura, poi primo ministro, negli anni caldi del Risorgimento; sarà animatore della rivista che dà il nome al glorioso periodo, in cui avrà una parte da protagonista; difficili i rapporti con il re Vittorio Emanuele e con Garibaldi. Giorgio Caponetti entra nelle pieghe della personalità dei vari protagonisti e comprimari, li segue nelle loro peculiarità non sempre eroiche, smontando la retorica che ha troppo spesso accompagnato la storia della nascita della nazione; Pisacane, Crispi, Bixio, la contessa di Castiglione, Napoleone III, La Marmora, Felice Orsini, Nathan Rothschild, la regina Vittoria, la Bela Rusin, tutti i grandi della storia vengono ridimensionati, raccontati con bonomia e ironia, e le loro vicende si mescolano con la vita quotidiana, il gelo dei fortini in montagna, le grandi bevute degli squisiti vini piemontesi, i Barbera, i Nebiolo, i ravioli del Plin, il formaggio di Castelmaggio, i risotti che vengono da Leri, i marsala siciliani prodotti dagli Ingham. E poi i lunghi viaggi a cavallo, faticosissimi, e Pinin Farina che progetta una carrozza comoda che permette a Cavour di lavorare durante i frequenti spostamenti. Tanta vivacità, intuizione, intelligenza, voglia di conquistare potere, spazi, fama, si spengono misteriosamente il 6 giugno 1861, quando Cavour ha appena cinquanta anni. Aveva salutato i suoi ministri, il 27 marzo dopo la seduta della dichiarazione dell’Unità, con le parole “Be’, è arrivata l’ora di andare a pranzo….” Forse andava a sedersi al Cambio, nel suo solito divanetto d’angolo, con il maitre che gli proponeva le specialità in francese; tuttavia il conte aveva pregato il bravo Luigi che dal gennaio 1860 i menu del ristorante fossero presentati in italiano. Anche questo era un segnale forte da parte di un uomo che era cresciuto parlando in piemontese o in francese, che la sua Italia era fatta. Gli spunti di riflessione di Caponetti sono inediti, intelligenti, divertenti, come tutto questo libro che, dice l’autore, “il racconto è scritto a modo mio: rispettando la Storia ma facendo volare la Fantasia”. Un libro che sarebbe utile a scuola, in tempi di manifesta discesa del livello culturale a cui assistiamo con dispiacere.