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La colpa di tacere

Daniela Dawan, Morellini 2026

Ex libris - Elisabetta Bolondi 10/04/2026

La colpa di tacere La colpa di tacere La scrittrice Daniela Dawan riesce a racchiudere in appena 175 pagine una storia drammatica, densa di profonde emozioni che risalgono al passato ma che hanno riscontro nella storia più recente, negli intrecci tra storia e memoria di vicende pubbliche e private che riguardano la coscienza di tutti noi. Problemi di natura politica, etica, storiografica, che ci riportano a eventi  relativi ad   una stagione rimossa, che però torna con prepotenza alla luce interrogando la coscienza di un magistrato, Jacopo Cardoso, serio, onesto, che tuttavia, per uno scherzo del destino, si trova a fronteggiare una passato personale che ignorava e che lo investe con istanze morali  non più  rimandabili. Pur essendo un libro dalla precisa ricostruzione storica, quella che l’autrice ricrea alludendo alle  stragi naziste perpretate sul nostro territorio nel 1944, quando l’esercito di Hitler risaliva la penisola seminando lutti atroci tra le popolazioni civili accusate di aiutare i partigiani, di cui la più nota per la sua ferocia fu quella di Sant’Anna di Stazzema, il romanzo  racconta la strage di Prati del Vezza, primavera 1944, rimasta sconosciuta.  Ora siamo nel 2010  e il giudice Cardoso viene chiamato a Roma dal suo superiore, il Presidente della Corte di Cassazione , Alessandro Rosset, che decide di affidargli un caso molto delicato: sono stati ritrovati fascicoli ingialliti di una vecchia storia , quella di due imputati, Fritz Wunder  e Johan Steiner, che erano stati presumibilmente gli autori materiali della strage di civili, donne e bambini, consumata nella chiesa del piccolo paese nascosto nel bosco: i soldati nazisti “ Hanno stipato tutti dentro la chiesa e ora hanno piazzato una grossa mitragliatrice all’ingresso. Una retina scivola dall’elmetto e nasconde i volti delle SS che si preparano all’operazione finale . Un giovanissimo soldato tedesco scappa fuori. Si siede su un gradino e si copre il viso con le mani, singhiozza.” Ora quella storia troppo a lunga occultata deve divenire un processo a carico dei due imputati, anche se troppi anni sono passati, e Jacopo Cardoso guarda quelle vecchie carte,  studiandole con curiosità e crescente emozione. Il giudice è un uomo bello, elegante, giocatore di tennis; abita a Milano con sua madre Elena, una pittrice che vive e si dedica ad un piccolo giardino fiorito, ornato da un glicine e da una magnifica pawlonia, un rifugio ideale per la sua arte. Il marito Bruno, medico,  è morto, ed ora solo Jacopo le fa compagnia, quando non è impegnato a Roma con gli incarichi della Corte. Daniela Dawan con la sua scrittura lieve ad accurata, ricostruisce con pennellate efficaci l’infanzia di Jacopo, il suo rapporto di amore quasi morboso per la bellissima madre, le difficoltà di relazione  con  un padre rigoroso,  talvolta assente, molto autoritario o anche dolcissimo, vagamente inquietante per il bambino troppo sensibile. Ci sono molti segreti in questa storia di famiglia, che si dipana negli anni con tante omissioni, tanti non detti, che la penna abile di Dawan fa risaltare in una sorta di thriller psicologico che avvia i lettori ad un finale  tanto inatteso quanto  affatto scontato. Partendo dunque da un fatto vero, portato alla luce da un giornalista capace e tenace, il rinvenimento di quel che fu detto “L’armadio della vergogna”, in uno stanzino della Procura generale militare dove era stato occultato, l’autrice ci consegna una storia romanzesca, molto verosimile,  che ha la profondità e il pathos delle pagine nere di fatti  accaduti nella nostra storia recente, quelle che una parte del paese ha voluto rimuovere, ma che, una stampa e una magistratura coraggiose non intendono più nascondere alla pubblica opinione. La  famiglia  Cardoso, emblematica della capacità di celare, dimenticare, rimuovere, diviene la metafora di fatti   che le pagine di un libro coraggioso, dalla scrittura articolata ma lineare,  ci costringono a fronteggiare con chiarezza e onestà intellettuale. Molto ben scelta la frase di Italo Svevo, “l’inetto” della nostra grande letteratura novecentesca, che la scrittrice pone in esergo al suo libro: “Perciò io penso che il rimorso non nasca da una mala azione già commessa, ma dalla visione della propria colpevole disposizione”: rimorso, colpevole disposizione, termini ormai così rari nel nostro lessico,  che andrebbero finalmente  rivisitate.
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