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Tre anni in uno
Redazione InPiù 27/05/2026
Sul Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio interpreta il voto amministrativo come una nuova lezione per il centrosinistra dopo quella, già ignorata secondo lui, del referendum sulla giustizia. Pur sostenendo che le Comunali non anticipino automaticamente le Politiche del 2027, Travaglio ritiene che mostrino un elemento decisivo: gli elettori si mobilitano soltanto quando percepiscono una candidatura o una battaglia capace di rappresentarli davvero. L’autore contrappone il caso di Pistoia a quello di Venezia. A Pistoia, sostiene, il centrosinistra avrebbe vinto grazie alla candidatura civica del professor Capecchi, vicino ai movimenti pacifisti e pro-Gaza, scelto alle primarie contro la candidata del Partito Democratico. A Venezia, invece, il Pd avrebbe imposto una figura percepita come espressione dell’apparato, il parlamentare Andrea Martella, allontanando parte dell’elettorato vicino al Movimento 5 Stelle e ad Alleanza Verdi e Sinistra. Per Travaglio, proprio questa scelta avrebbe favorito la vittoria del centrodestra. Il direttore del Fatto critica anche il dibattito interno al centrosinistra, giudicando secondarie le discussioni su Europa, Ucraina o centro politico rispetto alla necessità di conquistare nuovi voti. A suo avviso, il Pd continua a puntare su dirigenti locali e figure consolidate che mantengono consenso nei territori ma non riescono ad attrarre giovani e astenuti. In questo senso cita personalità come Vincenzo De Luca, simbolo di un sistema politico radicato ma poco innovativo. Secondo Travaglio, la segretaria dem Elly Schlein non è riuscita finora a creare una nuova classe dirigente capace di parlare a chi si è allontanato dalla politica. La conclusione dell’editoriale è che il centrosinistra, se vuole davvero allargare il proprio consenso, debba superare le logiche di apparato e puntare su candidati credibili, autonomi e rappresentativi di istanze reali della società.
Mario Sechi, Libero
Su Libero, Mario Sechi interpreta la sconfitta del centrosinistra a Venezia come il sintomo di un problema più ampio del “Campo Largo”. Secondo Sechi, il voto veneziano non è soltanto una vicenda locale, ma il riflesso di un errore politico nazionale: il centrosinistra avrebbe proposto una narrazione culturale e identitaria senza una prospettiva economica credibile. L’editorialista sostiene che la coalizione guidata da Andrea Martella abbia puntato su simboli culturali e polemiche legate alla Teatro La Fenice e alla Biennale di Venezia, senza però convincere un elettorato storicamente legato al pragmatismo, al commercio e alla stabilità. Venezia viene descritta come una città che continua a ragionare secondo la propria tradizione mercantile e globale, dove contano soprattutto affidabilità e sviluppo economico. Per Sechi, il vero limite del centrosinistra è stata la frammentazione interna della coalizione, accompagnata da messaggi confusi e dalla ricerca di voti di nicchia. Questo avrebbe rafforzato l’immagine di un’alleanza incoerente e priva di una rotta chiara. Al contrario, il candidato del centrodestra Venturini avrebbe vinto presentandosi come figura di continuità amministrativa e di stabilità, con un’idea di sviluppo percepita come più concreta rispetto a quella degli avversari. Sechi allarga poi il ragionamento al piano nazionale, sostenendo che il “Campo Largo” mostri la stessa mancanza di progetto anche fuori da Venezia. A suo giudizio, gli elettori italiani cercano soprattutto affidabilità e pragmatismo, mentre le battaglie culturali non bastano a sostituire una proposta economica credibile. La conclusione è che Venezia abbia premiato chi appariva in grado di garantire continuità e sicurezza, respingendo invece una coalizione percepita come disorientata e priva di una strategia di sviluppo chiara.
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