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Come frenare il nostro declino

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 25/05/2026

Come frenare il nostro declino Come frenare il nostro declino Maurizio Ferrera, Corriere della Sera
Come scrive Maurizio Ferrera sul Corriere della Sera, il Rapporto Istat conferma che l’Italia si trova davanti a una grave crisi demografica destinata a mettere sotto pressione la sostenibilità economica e sociale del Paese. Il calo della natalità porterà a una riduzione della popolazione complessiva, con una forte contrazione della fascia adulta e un aumento degli over 65, mentre un numero sempre minore di lavoratori dovrà sostenere pensioni, sanità e welfare. Ferrera osserva che la scelta annunciata da Giorgia Meloni di concentrare l’azione di governo su chi lavora e produce è condivisibile, ma insufficiente se non affronta il problema strutturale: in Italia gli occupati sono troppo pochi e la produttività troppo bassa. Il mercato del lavoro continua infatti a non valorizzare pienamente il capitale umano, soprattutto quello femminile e giovanile, proprio mentre una maggiore partecipazione di donne e giovani rappresenterebbe una delle principali risposte alla crisi demografica. I dati mostrano una situazione critica: il 15% dei giovani tra 15 e 29 anni è Neet, mentre nella fascia 20-24 anni la quota sale a uno su cinque, il valore più alto dell’Unione europea. Ancora più marcato il divario di genere: tra le donne di 25-29 anni la quota di Neet raggiunge quasi il 24%, mentre il tasso di occupazione femminile resta fermo al 58%, tredici punti sotto la media europea. Secondo Ferrera, per anni si è discusso di giovani e donne senza mettere in campo politiche adeguate. Uno studio dell’Abi mostra però che, allineando l’occupazione giovanile e femminile ai livelli europei e aumentando leggermente i flussi migratori, il crollo previsto del Pil entro il 2050 potrebbe ridursi drasticamente. Centrale è anche il tema dell’istruzione: in Italia solo il 26% degli occupati è laureato contro una media europea del 39%, e un aumento del capitale umano avrebbe effetti diretti sulla produttività e sulla crescita. Ferrera richiama infine il Pnrr, che aveva collegato sviluppo economico, occupazione femminile e nuove politiche della cura, ma i ritardi amministrativi e le difficoltà di attuazione rischiano di comprometterne gli obiettivi. La crisi demografica, conclude, resta una sfida decisiva che continua a occupare troppo poco spazio nell’agenda politica italiana.
 
Paolo Garimberti, la Repubblica
Secondo Paolo Garimberti, la politica estera di Donald Trump sta accelerando il declino della credibilità internazionale degli Stati Uniti. L’autore ricorda le promesse fatte da Trump prima di tornare alla Casa Bianca — dalla fine della guerra in Ucraina in ventiquattro ore alla “resa incondizionata” dell’Iran — contrapponendole alla realtà di conflitti ancora aperti e di accordi incompleti. Mentre la Russia intensifica gli attacchi su Kiev e Teheran non appare affatto piegata, Trump continua a presentarsi come uomo di pace e candidato al Nobel, pur avendo assunto posizioni aggressive verso Iran, Venezuela e Groenlandia. Garimberti descrive il presidente americano come un leader che tratta gli alleati come avversari, mettendo in discussione la Nato, e si mostra invece accomodante con rivali storici come la Cina di Xi Jinping e la Russia di Vladimir Putin. Richiamando il Vietnam e la guerra in Iraq, l’autore sostiene che gli Stati Uniti continuino a confondere superiorità militare e capacità di imporre la propria volontà politica. Ma ciò che renderebbe unica la fase attuale è il danno arrecato da Trump alla leadership morale e politica dell’Occidente. Nessun presidente prima di lui, osserva Garimberti, aveva messo in discussione con tanta radicalità il sistema di alleanze costruito dagli Stati Uniti nel dopoguerra e il loro “soft power”, cioè la capacità di attrazione esercitata sul resto del mondo. Viene citato anche Francis Fukuyama, secondo cui non c’era mai stato un momento in cui l’America fosse considerata tanto inaffidabile sia dagli amici sia dagli avversari. Garimberti richiama infine il paragone avanzato dal New York Times con la crisi di Suez del 1956, che segnò il declino britannico: la guerra con l’Iran potrebbe rappresentare per gli Stati Uniti un passaggio simile. La recente visita di Trump a Pechino avrebbe mostrato inoltre come la Cina si senta ormai sullo stesso piano degli Stati Uniti, soprattutto sulla questione di Taiwan, dove Trump avrebbe evitato qualunque risposta diretta alle pressioni di Xi Jinping.
 
Mario Sechi, Libero
Come osserva Mario Sechi su Libero, Donald Trump starebbe cercando di chiudere la crisi con l’Iran attraverso una tregua temporanea seguita da un negoziato, ma il vero problema resterebbe l’inaffidabilità strategica di Teheran, che dalla rivoluzione khomeinista avrebbe sempre tradito gli accordi sottoscritti. L’autore guarda con scetticismo alla possibile “pax islamista” tra Iran e Pakistan, sostenendo che dietro ogni intesa esista un obiettivo nascosto che gli Stati Uniti non riescono a cogliere fino in fondo. Secondo Sechi, Washington continua a comportarsi come un “impero riluttante”, interessato soprattutto a chiudere rapidamente i conflitti per “tornare a casa”, mentre solo Israele avrebbe sviluppato, attraverso la propria storia millenaria, la capacità di leggere la dimensione permanente della guerra nel mondo islamico. Per questo, sostiene, il nodo decisivo non è il petrolio o lo Stretto di Hormuz, ma l’uranio e la prospettiva di un Iran dotato dell’arma nucleare, vista come lo strumento che potrebbe rendere possibile la distruzione di Israele. L’autore richiama esplicitamente la teoria dello “scontro di civiltà” di Samuel Huntington e descrive gli Stati Uniti come l’ultimo “katéchon”, cioè la forza capace di trattenere il caos e impedire il collasso dell’ordine mondiale, riprendendo un’immagine della seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi e della riflessione di Agostino d'Ippona sull’Impero romano. Sechi contrappone questa visione alla Chiesa contemporanea, accusata di avere abbandonato la tradizione della “guerra giusta” e di avere trasformato il cristianesimo in un messaggio genericamente pacifista e privo di profondità teologica. Richiama Giovanni Paolo II, che parlava apertamente del male e del Diavolo, contrapponendolo a una Chiesa che oggi, a suo giudizio, sostituisce la preghiera con slogan sulla pace e appare prevedibile perfino nei suoi documenti ufficiali. L’uscita di una nuova enciclica sull’intelligenza artificiale viene così interpretata come il segno di una Chiesa concentrata sull’aldiquà più che sulle questioni ultime della fede.
 
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