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La sinistra e i passi incerti
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 18/05/2026
Secondo Paolo Mieli, a due mesi dalla vittoria del No al referendum e alla vigilia del voto in 626 comuni, né destra né sinistra mostrano particolare forza. La destra appare frastornata, tra polemiche interne e difficoltà anche sul piano internazionale che limitano l’iniziativa di Giorgia Meloni; potrebbe durare fino a fine legislatura, forse battendo il record di permanenza a Palazzo Chigi, ma a costo di un progressivo logoramento, già segnalato dai sondaggi. La sinistra, invece, non ha saputo sfruttare il vantaggio derivante dal referendum: l’onda emotiva si sta esaurendo e manca una strategia chiara. I leader — da Elly Schlein a Giuseppe Conte — oscillano tra l’idea di vincere e quella più prudente di limitarsi a impedire la vittoria della destra, rinviando sia la scelta del candidato sia la definizione del programma. In questo quadro, la sinistra sembra non credere fino in fondo nella possibilità di ottenere una vittoria netta e lascia intendere di preferire un ritorno a maggioranze costruite dopo il voto in Parlamento. Ma qui, osserva Mieli, sta il nodo: da trent’anni, nelle elezioni locali e regionali, gli italiani votano con sistemi maggioritari che indicano chiaramente vincitori e sconfitti, abituandosi all’idea che siano le urne a decidere chi governa. Tornare a logiche parlamentari fluide rischia quindi di essere percepito come un passo indietro e un errore politico. Inoltre, governi nati da alleanze eterogenee e instabili finiscono spesso per favorire, alle elezioni successive, chi ne resta fuori. Per questo, secondo Mieli, la sinistra dovrebbe presentare una propria proposta di riforma elettorale — anche diversa da quella della destra, ma capace di garantire governabilità — e accompagnarla con un programma essenziale. Solo dopo avrebbe senso discutere della leadership; altrimenti, le primarie rischiano di ridursi a un rito. In assenza di questa svolta, è probabile un ritorno a governi costruiti in Parlamento, guidati da figure capaci di tenere insieme maggioranze trasversali, confermando in parte le analisi di Carlo Calenda.
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Come scrive Paolo Gentiloni su Repubblica, la stabilità politica — spesso evocata attraverso riforme istituzionali e leggi elettorali — non coincide automaticamente con l’efficacia dell’azione di governo: la longevità dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni non ha prodotto risultati economici significativi e il Paese resta fermo. Il tempo che resta della legislatura dovrebbe quindi essere utilizzato per affrontare alcuni nodi strutturali, in un contesto internazionale reso instabile da conflitti e tensioni: il Medio Oriente sospeso tra guerra e pace con lo stretto di Hormuz bloccato, la guerra in Ucraina, le tensioni commerciali globali che neppure il vertice tra Donald Trump e Xi Jinping ha chiarito. In questo scenario, l’Italia appare particolarmente esposta, con rischi di stagflazione: crescita prevista allo 0,5% e inflazione in aumento fino a oltre il 4%, dopo una fase di ripresa post-Covid. A pesare sono le difficoltà della manifattura, il peggioramento dei rapporti commerciali con la Cina e la dipendenza energetica. Il governo ha puntato soprattutto sulla prudenza nei conti pubblici, scelta condivisibile ma insufficiente a fermare la crescita del debito. Gentiloni critica inoltre l’idea di ricorrere allo scostamento di bilancio e le posizioni antieuropee che attribuiscono al Patto di stabilità la responsabilità delle difficoltà italiane, ricordando come negli ultimi anni, grazie al Next Generation EU, il Paese abbia beneficiato di risorse straordinarie. Piuttosto che chiedere deroghe, l’Italia dovrebbe costruire alleanze europee per finanziare beni comuni come difesa e innovazione. Nel tempo ancora disponibile, sarebbe necessario concentrare le risorse su alcune priorità: sostenere l’innovazione e l’introduzione dell’intelligenza artificiale nella manifattura, da cui dipendono produttività e salari, e affrontare l’emigrazione crescente dei giovani qualificati, testimoniata anche dall’alto numero di candidature italiane alle istituzioni europee. Meglio, conclude Gentiloni, interventi anche parziali su questi fronti che un anno di immobilismo segnato da polemiche e attese elettorali.
Maurizio Belpietro, La Verità
Secondo Maurizio Belpietro, l’interpretazione della strage di Modena come gesto di un “disadattato” o di un malato mentale rappresenta una lettura riduttiva e consolatoria, che evita di confrontarsi con la possibilità di atti assimilabili al terrorismo. L’autore osserva che molti attentatori in Europa — in Paesi come Spagna, Francia, Germania, Belgio, Gran Bretagna e Svezia — sono stati descritti come individui segnati da disagio e scarsa integrazione, spesso provenienti dal Nordafrica o dal Medio Oriente, o nati e cresciuti in Europa, talvolta anche istruiti. Tuttavia, questa chiave di lettura non basta a spiegare comportamenti che mostrano una direzione precisa. Nel caso di Salim El Koudri, nato e cresciuto in Italia e laureato in Economia, Belpietro sottolinea come l’azione — l’uso deliberato di un’automobile lanciata contro la folla in un’area pedonale affollata — presenti analogie con le modalità degli attentati che hanno colpito l’Europa negli ultimi anni. Non si tratta, secondo l’autore, di un gesto privo di senso, ma di un’azione condotta con metodo, orientata a provocare il massimo danno possibile. Pur riconoscendo che gli inquirenti non hanno individuato un movente religioso, Belpietro ritiene che emerga un elemento di ostilità verso la società che ha accolto l’attentatore. Critica inoltre la tendenza a ricondurre la responsabilità alla mancata integrazione o a carenze dei servizi sociali, interpretandola come un modo per spostare il peso dell’azione dall’individuo alla collettività. Il riferimento a casi precedenti, come aggressioni compiute da soggetti ritenuti squilibrati, serve a distinguere tra atti casuali e violenze che seguono una logica precisa. In questo quadro, l’episodio di Modena viene presentato come segnale di un problema più ampio, che riguarda la difficoltà di riconoscere e nominare forme di violenza che non possono essere ridotte a semplice follia individuale.
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