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Riarmo in disarmo
Redazione InPiù 20/05/2026
Sul Fatto Quotidiano, Marco Travaglio ripercorre l’evoluzione degli impegni italiani sulle spese militari nell’ambito Nato, criticando duramente l’incoerenza dei governi italiani e delle principali forze politiche. L’autore ricorda che già nel 2014, durante il governo Renzi, l’Italia confermò l’obiettivo Nato del 2% del Pil destinato alla difesa, impegno però rimasto a lungo solo teorico per mancanza di risorse. Né i governi successivi di Gentiloni e Conte, osserva Travaglio, diedero reale seguito all’aumento delle spese militari, che nel 2021 erano ferme all’1,4% del Pil. La svolta arrivò nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando l’amministrazione di Joe Biden spinse gli alleati Nato ad accelerare. Secondo Travaglio, il governo guidato da Mario Draghi promise allora di raggiungere il 2% entro il 2024, scelta criticata da Papa Francesco e osteggiata da Giuseppe Conte, che chiedeva tempi più lunghi per l’aumento delle spese militari. L’editoriale cita anche diversi quotidiani che all’epoca attaccarono Conte accusandolo di demagogia e scarso atlantismo. Travaglio sostiene invece che, alla fine, lo stesso Draghi rinviò l’obiettivo del 2% al 2028, adottando di fatto la linea proposta dal leader del Movimento 5 Stelle. La critica più dura è rivolta però al governo di Giorgia Meloni. Travaglio evidenzia come la premier abbia prima confermato il target del 2%, poi aderito alla richiesta di Donald Trump di portare le spese militari al 5% del Pil, salvo assistere poco dopo alle divisioni della stessa maggioranza su quell’impegno, definito “irrealistico” da parte dei partiti di governo. Secondo l’autore, questa continua alternanza di posizioni dimostra l’incoerenza della politica italiana sul tema del riarmo e della Nato.
Maurizio Belpietro, la Verità
Nel suo editoriale pubblicato su La Verità, Maurizio Belpietro commenta il caso di Salim El Koudri, accusato dalla Procura di Modena di tentata strage e lesioni aggravate dopo aver investito diverse persone. L’autore critica la scelta dei magistrati di non contestare né la finalità terroristica né l’odio razziale, sostenendo che ciò finisca per alleggerire la posizione dell’indagato. Belpietro osserva che, nonostante alcuni messaggi contro i cristiani attribuiti all’uomo e il fatto che fosse uscito con l’intenzione dichiarata di uccidere e uccidersi, la Procura avrebbe escluso aggravanti come la premeditazione e il terrorismo. Secondo l’editorialista, il passo successivo potrebbe essere una perizia psichiatrica, con il rischio che l’autore della strage venga considerato incapace di intendere o comunque affidato a una struttura sanitaria. Insiste poi sulle conseguenze pratiche dell’esclusione dell’aggravante terroristica. In particolare, secondo Belpietro, le vittime potrebbero non avere accesso ai fondi pubblici previsti per chi subisce attentati terroristici. L’autore cita il caso di una donna che avrebbe perso entrambe le gambe, sostenendo che, essendo straniera, potrebbe non ottenere neppure una pensione d’invalidità, mentre l’aggressore avrebbe comunque diritto a cure e assistenza. Belpietro allarga quindi il ragionamento ai temi dell’immigrazione e del disagio psichico, sostenendo che l’Italia si trovi ad affrontare casi sempre più frequenti di violenza legati a persone straniere con problemi mentali. L’editoriale richiama gli omicidi compiuti da Adam Kabobo e Said Mechaquat come esempi di episodi riconducibili, secondo l’autore, a situazioni di marginalità e disturbi psichici non adeguatamente gestiti. Infine viene citato un episodio avvenuto alla stazione Centrale di Milano, dove un cittadino gambiano sarebbe stato fermato con un machete. Per Belpietro, questi episodi mostrano il rischio di nuovi casi di violenza legati all’immigrazione irregolare e al disagio mentale.
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