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Renzi in ritardo sul binario morto degli anti-Meloni

Redazione InPiù 22/05/2026

Altro parere Altro parere Mario Sechi, Libero
Secondo Mario Sechi, Matteo Renzi ha perso la centralità elettorale ma continua a esercitare un ruolo importante nelle dinamiche parlamentari e nell’opposizione a Giorgia Meloni. Pur distante culturalmente dal Pd guidato da Elly Schlein e dai suoi alleati del Campo largo, Renzi viene descritto come uno degli attaccanti più attivi contro il governo, in una trasformazione politica che lo ha avvicinato anche all’ex rivale Giuseppe Conte. Sechi sostiene che il leader di Italia Viva continui a esercitare una “egemonia rottamatrice”, ma spesso attraverso posizioni contraddittorie. L’esempio indicato è la campagna del 2 per mille di Italia Viva, costruita attorno allo slogan “Quando c’era lei i treni arrivavano in ritardo”, comparso nelle stazioni ferroviarie con richiami grafici e simbolici al Ventennio e all’immaginario fascista. Secondo l’autore, il messaggio allude esplicitamente a un parallelo tra Mussolini e Meloni, utilizzando l’antifascismo come strumento polemico. Una scelta che Sechi considera paradossale, ricordando come lo stesso Renzi, nell’estate del 2022, avesse criticato la sinistra per l’uso sistematico dell’accusa di fascismo contro il centrodestra. All’epoca, osserva l’autore, Renzi aveva avvertito che demonizzare Meloni avrebbe prodotto l’effetto opposto, rafforzandola elettoralmente, e i risultati delle elezioni avrebbero confermato quella previsione. Oggi però, secondo Sechi, il leader di Italia Viva avrebbe cambiato linea, scegliendo proprio quella categoria politica che in passato considerava inefficace e controproducente. L’autore osserva inoltre che Renzi arriva in ritardo rispetto alla sinistra più radicale rappresentata da Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, già impegnati da tempo su un terreno politico fondato sull’antifascismo militante. Per Sechi, il “pendolino fascio-ferroviario” evocato dalla campagna di Italia Viva finisce così per rappresentare un’operazione propagandistica più nostalgica che efficace, destinata a muoversi su un “binario morto”.
 
Sandro Trento, Domani
Come scrive sul Domani Sandro Trento, il dibattito apertosi a New York sulle nuove tasse per i super-ricchi mostra le difficoltà crescenti delle democrazie contemporanee nel governare un capitalismo globale sempre meno legato ai territori. Il sindaco Zohran Mamdani ha proposto una tassa annuale sulle seconde case di lusso sopra i 5 milioni di dollari possedute da non residenti, con l’obiettivo di raccogliere almeno 500 milioni di dollari per ridurre il deficit della città. Sullo sfondo vi sono anche altre ipotesi fiscali: aumento delle imposte patrimoniali, abbassamento della soglia per la tassa di successione e sovrattasse sui redditi milionari. Per Trento, New York rappresenta in modo emblematico la contraddizione delle economie avanzate: città ricchissime ma profondamente diseguali, nelle quali la redistribuzione appare necessaria ma sempre più difficile da realizzare. L’autore richiama una riflessione di Norberto Bobbio sui comunisti italiani, secondo cui sapevano bene come la società avrebbe dovuto essere, ma meno bene come fosse realmente. Nel Novecento, osserva Trento, la fiscalità urbana funzionava perché colpiva basi imponibili stabili — immobili, attività locali, redditi territoriali — mentre oggi una quota crescente della ricchezza nasce da reti finanziarie, piattaforme tecnologiche e attività immateriali facilmente spostabili. La reazione del fondatore di Citadel Ken Griffin alle proposte di Mamdani viene indicata come esempio di questa nuova realtà: accuse di attacco personale, minacce di ritirare investimenti miliardari e rafforzamento della presenza a Miami mostrano come il capitale reagisca quasi in tempo reale alla politica fiscale. Anche le stime sul gettito reale della misura risultano inferiori rispetto alle promesse iniziali, perché i contribuenti possono modificare residenza, vendere immobili o avviare contenziosi. Secondo Trento, ciò non significa che tassare la ricchezza sia sbagliato, ma che redistribuire nel XXI secolo è molto più complesso, perché il potere economico si concentra ormai attorno a piattaforme globali, dati e reti finanziarie che sfuggono agli strumenti tradizionali della politica democratica. Le città e gli Stati devono continuare a finanziare welfare, trasporti e servizi pubblici, ma il capitale da cui dovrebbero estrarre risorse è sempre meno radicato in un territorio preciso. Per questo, conclude, le democrazie si trovano oggi a inseguire una ricchezza che può spostarsi molto più rapidamente delle istituzioni che cercano di regolarla.
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