La fine del mondo
Non c’è trama nel nuovo romanzo di Francesco Pecoraro, pubblicato da Ponte alle Grazie con il titolo “La fine del mondo”. L’ho letto con piacere, con molta inquietudine, con una forma di identificazione con la voce narrante, che parla, in una sorta di lungo monologo, dalla cucina della sua casa romana, quartiere Prati, mentre si sta preparando un caffè con la Moca, il primo gesto di una giornata uguale alle altre, di un uomo che ha ormai ottanta anni, che vive di molti ricordi, di un lungo passato, di una condizione fisica segnata dai malanni dell’età, della presenza di una città, la sua, che considera decadente, anche se l’ha vissuta e amata sin dalla prima infanzia. Nel registro linguistico del libro si alternano capitoli ironici, sarcastici, ad altri molto lirici, pieni di poesia nel rievocare l’infanzia ai giardinetti di piazza Mazzini, con i calzoni corti e le gambe livide per il freddo; c’è il contributo dell’amico chirurgo, a cui sono affidati interi capitoli sull’anatomia del corpo umano, autopsie comprese, in una ricerca quasi ossessiva dell’interno del corpo nel quale abitiamo e che sembriamo non conoscere. L’amore per l’acqua, l’elemento primigenio della nostra identità, diventa preponderante nei capitoli dedicati all’isola greca nella quale il protagonista ha trascorso lunghi periodi felici, in compagnia di un vecchio pescatore, Kostas, a cui il romanzo è dedicato, che ancora parla italiano, in ricordo della nostra presenza nel Dodecaneso. I pesci, gli animali che vivono nell’acqua sono raccontati, pescati, eviscerati, mangiati in una sorta di rito che vede gli umani predatori, capaci di nutrirsi di quella natura che dicono di amare; molto significativo l’aneddoto del rapporto con la nonna, che ha insegnato al nipote bambino come si uccidono con naturalezza conigli o polli, mentre gli vieta di vedere i film degli indiani e cowboy degli anni 50, pieni di troppe uccisioni che non fanno bene alla crescita. Nelle pagine del romanzo si affaccia continuamente la paura della malattia e della morte incombente, che per un uomo nato nella prima metà del Novecento, è scontata, eppure rimossa, allontanata, perché chi parla ha ancora molto da dire e da testimoniare. La professione di architetto di Francesco Pecoraro, affiora in molte pagine del romanzo: la conoscenza dell’urbanistica e dell’edilizia del quartiere in cui vive il protagonista, l’Ipotassi Urbana Cetomedioide , come la chiama con crudele ironia lo scrittore, la grande piazza Mazzini con le sei diramazioni radiali, dove passeggia il narratore che va a fare la spesa al mercato rionale, che si siede al bar storico per un aperitivo, che frequenta la farmacia che sembra un supermercato non stop, che gli appare come un luogo quasi avulso dal resto della città, “
Mi viene da pensare che il resto di Roma non esista più, che nel tempo si sia disfatto in un mare di sabbia, che l’Ipotassi sia di fatto un’isola, oppure una simulazione di purezza, un sistema di illusioni olografiche, nel suo assoluto geometrismo minerale e nella pulizia dei marciapiedi..”. Nella parte conclusiva del romanzo prevale il senso di fallimento, con la parola chiave che riassume, in modo drammatico, la conclusione di una intera esistenza, di una professione, malgrado lo studio e l’impegno di anni, mai davvero divenuta utile e vincente , “
Mentre fallivo ero affondato nello studio, fomentato dal mestiere di un lavoro che non riuscivo a fare, preso da una passione cui affidavo il mio destino e perso nelle prefigurazioni di ciò che un giorno sarei diventato . Mi rifacevo a modelli non arrivabili , a figure internazionali che avevano rivoluzionato più volte la disciplina…..La città che si stava costruendo non era quella che stavamo immaginando-pianificando-progettando, ….” Nel romanzo della “fine del mondo”, fine di una vita, di un progetto politico, di una città, di una cultura, di un modello di società, di una natura sconvolta dal cambiamento climatico, di una guerra incombente, l’anafora letteraria, la ripetizione della parola fallimento, interroga noi lettori, su temi che sono di drammatica attualità, e di cui la parola della letteratura può essere una risposta inquietante, forse molto pessimista, ma certamente intrigante e coinvolgente, a volte profetica. L’esergo del romanzo è affidato da Francesco Pecoraro alle parole di Ernesto De Martino che dice: “
Noi possiamo dire che era la fine del loro mondo, ma che cos’è la fine del mondo se non la fine del proprio mondo?”. Nulla di più vero.