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L'America corre, l'Ue si muova
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 19/05/2026
Secondo Francesco Giavazzi, gli Stati Uniti stanno vivendo una nuova fase di crescita della produttività del lavoro, con ritmi quasi doppi rispetto alla stagnazione degli anni 2010, tanto che la Federal Reserve di Cleveland ipotizza un ciclo di sviluppo simile a quello della rivoluzione internet degli anni Novanta. Una delle spiegazioni più evidenti è l’impatto dell’intelligenza artificiale, che rende più produttivi lavoratori e imprese, ma contano anche altri fattori: il lavoro a distanza, la nascita di nuove imprese e l’aumento della partecipazione al mercato del lavoro. Giavazzi ricorda che l’Europa fu già colta impreparata durante la rivoluzione digitale degli anni Novanta: allora il divario di produttività con gli Usa, quasi annullato nel dopoguerra, tornò ad allargarsi fino all’attuale differenza del 30% nel reddito medio tra famiglie europee e americane. Il ritardo europeo è particolarmente evidente nei settori ad alta intensità tecnologica, mentre nella manifattura il gap è minore. In questo quadro, l’unica esperienza positiva ricordata è quella di “Industria 4.0”, avviata in Germania e adottata anche in Italia, che tra il 2017 e il 2018 favorì una forte crescita degli investimenti in macchinari e contribuì a rilanciare parte dell’economia italiana. L’autore critica invece “Transizione 5.0”, introdotta dal governo Giorgia Meloni, giudicata inefficace: nonostante i fondi stanziati, le imprese hanno utilizzato solo una parte minima delle risorse, costringendo l’esecutivo a reintrodurre gli incentivi precedenti. Giavazzi osserva inoltre che uno dei limiti strutturali italiani è la dimensione troppo ridotta delle imprese, spesso scoraggiate a crescere anche da misure fiscali come la flat tax per chi resta sotto gli 85 mila euro di fatturato. Accanto agli investimenti, decisivo è il capitale umano: più che grandi scienziati servono tecnici informatici, periti industriali ed elettronici capaci di diffondere concretamente l’uso dell’intelligenza artificiale nelle aziende. Rinviare queste scelte strategiche, conclude, significherebbe perdere un’occasione decisiva per recuperare produttività e competitività.
Carlo Bonini, la Repubblica
Secondo Carlo Bonini, la reazione di Matteo Salvini alla strage di Modena rappresenta il ritorno di una politica fondata sulla paura e sull’emergenza securitaria. La proposta di togliere la cittadinanza italiana a chi commette reati gravi viene descritta come una risposta simbolica e propagandistica, che ignora i limiti del diritto italiano ed europeo e riduce la pena a una logica identitaria e vendicativa. Per Bonini, il caso di Salim El Koudri viene utilizzato dalla destra per rilanciare un discorso politico già sperimentato negli anni passati, centrato sull’equazione tra sicurezza e restrizione dei diritti. Ma proprio gli anni di governo della destra mostrerebbero il fallimento di quella strategia: le politiche del “mare chiuso”, i centri per migranti in Albania, le limitazioni alle ong e le “zone rosse” urbane non avrebbero ridotto né i flussi migratori né la percezione di insicurezza nelle città. Secondo l’autore, la scelta di delegittimare l’integrazione, definita dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi un possibile “pull factor”, avrebbe contribuito a indebolire esperienze territoriali capaci di contrastare marginalità, radicalizzazione e devianza sociale. La cittadinanza viene così trasformata in un simbolo identitario da difendere, anziché in uno strumento per costruire appartenenza e inclusione. Per Bonini, in un Paese segnato dall’inverno demografico e inevitabilmente esposto ai flussi migratori, l’integrazione non è una scelta facoltativa ma una necessità strutturale, che richiede politiche di welfare, istruzione, lavoro, assistenza sanitaria e sostegno psicologico. L’autore conclude richiamando la figura di Osama Shalaby, che pur senza cittadinanza italiana ha contribuito insieme al figlio a fermare l’attentatore: un episodio che, secondo Bonini, mostra la distanza tra la retorica identitaria della politica e la realtà concreta della società italiana.
Elena Lowenthal, La Stampa
Come osserva Elena Loewenthal sulla Stampa, la strage di Modena va letta anzitutto come il gesto devastante e imprevedibile di una persona profondamente disturbata. Salim El Koudri, nato in Italia da genitori immigrati, ha lanciato volontariamente la propria auto contro la folla nel centro cittadino, provocando sette feriti, alcuni gravissimi, fino a schiantarsi contro la vetrina di un negozio. L’autrice insiste sul fatto che il quadro sia chiaro: si tratta dell’azione di uno squilibrato, non di un attentato riconducibile automaticamente all’immigrazione, all’islam o al terrorismo. Eppure, osserva, il nome, le origini familiari e la possibile appartenenza religiosa dell’attentatore hanno trasformato immediatamente un fatto di cronaca in un caso politico, alimentando congetture, interpretazioni sociologiche e polemiche pubbliche. Loewenthal sottolinea come non emerga alcuna coerenza ideologica nel comportamento dell’uomo, ricordando che dopo l’arresto avrebbe chiesto una Bibbia e un prete. Per l’autrice, attribuire il gesto a una matrice culturale o religiosa significa forzare i fatti nel tentativo di piegarli a uno scontro politico già esistente sul tema dell’immigrazione. Le uniche certezze, scrive, sono due: lo squilibrio dell’attentatore e la paura generata da un atto tanto imprevedibile. Una paura diversa da quella che aiuta a prevenire i pericoli e a proteggersi, perché nasce dall’imponderabile, dall’idea che chiunque, senza motivo apparente, possa improvvisamente distruggere vite innocenti. È una paura cieca, contro cui non esistono vere difese. Proprio per questo, secondo Loewenthal, ciò che andrebbe evitato è la trasformazione immediata della tragedia in terreno di propaganda, con dichiarazioni strumentali, accuse reciproche e interpretazioni costruite per convenienza politica. Di fronte a eventi simili, conclude, il discorso pubblico dovrebbe limitarsi a riconoscere il dolore, la gravità della tragedia e il senso di smarrimento che inevitabilmente produce.
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