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Roma: e se cominciassimo, invece, a chiederci...

... nel 2030 ha senso che continui ad essere Capitale?

Francesco Grillo 23/09/2019

L'Altare della Patria a Roma L'Altare della Patria a Roma A leggere le reazioni alla pregevole ricerca sul futuro di Roma dell'amico De Masi, si fatica a trovare idee sufficientemente nuove per intaccare un processo di decadenza che sembra senza fine. La sensazione è, soprattutto, che si continui a ragionare di questioni importanti ignorando che, da 19 anni, siamo entrati in un secolo nuovo che sta mettendo in discussione tutto. E, forse, per farsi venire un'idea sul futuro, può essere utile ricordarci da dove veniamo. Roma ha, contemporaneamente, una grande Storia - terminata nel IV secolo dopo Cristo - ed una Storia più esile, quella dominata dalla Chiesa per 14 secoli. Nel 1870, la nuova Capitale era poco più di un insieme di villaggi, con poco più di 150 mila abitanti.
 
Più piccola di Napoli, che di abitanti ne contava mezzo milione, ma anche di Milano, Genova, Torino e Livorno. Il dato è importante perché significa che Roma non ha vissuto la rivoluzione industriale dell'Ottocento e che a Roma non c'è mai stata una borghesia industriale e neppure una classe operaia alla quale è legata una concezione del tempo e del lavoro, che a Roma manca. Caratteristiche che si sono conservate nel tempo. Oggi la provincia di Roma è al 15esimo posto, prima di Cuneo, per esportazioni, nonostante la presenza delle sedi delle grandi imprese pubbliche. Ed esprime una produzione industriale per abitante inferiore a quella di Napoli o Bari.
 
La forza di Roma è, a mio avviso, anche una condanna: un'amministrazione pubblica che più di quella francese o tedesca è sbilanciata verso gli apparati centrali. I dati della Ragioneria Generale dicono che un quarto della spesa per la sicurezza e un quinto di quella per la Giustizia sono concentrate in una città nella quale vive il 5% della popolazione italiana. Non ci vogliono più risorse. Anche se è vero che il Campidoglio deve liberarsi di un passato – debito, contenziosi, municipalizzate tecnicamente fallite – che impediscono anche solo di provarci. E non ci vogliono neppure poteri speciali, anche se è vero che in generale, un federalismo intelligente sposterebbe le competenze verso le città, il luogo dove la politica ha ancora un collegamento con la realtà. L'idea vera potrebbe essere, paradossalmente, un'altra.
 
Mettere in discussione il tabù assoluto: l'idea che Roma sia necessariamente Capitale. O che necessariamente nel 2030, in un contesto tecnologico che modifica il senso della distanza, gli Stati avranno ancora bisogno di Capitali (la Germania ne ha già da tempo tre). Liberare i romani di un'eccezionalità che può diventare una gabbia, del rapporto torbido con la politica, significherebbe perdere molti posti di lavoro sicuri; ma guadagnarne molti altri – più solidi e interessanti – se la città, finalmente meno congestionata, magari chiusa alle auto private, ridiventasse il più grande museo a cielo aperto del mondo. Forse in quel caso pronta anche ad ospitare la più bella Olimpiade della storia. Persino Cavour, se fosse vivo, e anche il presidente della Repubblica, riconoscerebbe che i grandi progetti, per sopravvivere, hanno bisogno di rinnovarsi.
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