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Claudio Di Donato 30/07/2026
La possibile soluzione richiede un’architettura nuova. Lo Stato dovrebbe restare nel capitale con una partecipazione temporanea e non dominante, destinando ogni ulteriore risorsa pubblica esclusivamente a investimenti e obiettivi misurabili: bonifiche, forni elettrici, produzione di preridotto, approvvigionamenti energetici competitivi e riduzione delle emissioni. I costi ambientali pregressi devono essere perimetrati con trasparenza, separandoli dalla gestione industriale futura, mentre l’indotto deve essere protetto attraverso garanzie sul credito, certezza dei pagamenti e strumenti specifici per sostenere la transizione. Occorre, infine, predisporre immediatamente anche un piano alternativo nel caso in cui l’interesse di Jindal non si trasformi in un impegno contrattuale. L’Italia non può rinunciare alla produzione primaria di acciaio, essenziale per automotive, meccanica, costruzioni e difesa, ma non può neppure continuare a sostenere un impianto senza governance, senza investimenti e senza un orizzonte tecnologico. Il prossimo prestito ponte deve essere davvero l’ultimo: non il finanziamento di una nuova proroga, ma il ponte verso una decisione industriale.
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