Il bar di Cinecittà
Quattro le grandi passioni di Walter Veltroni: politica, cinema, storia e Roma, che trovano una sintesi leggera e decisamente accattivante nel romanzo pubblicato da HarperCollins dal titolo “Il bar di Cinecittà”. Attraverso l’espediente narrativo di mettere al centro del racconto una famiglia romana che abita a Via Urbana e sta attraversando gli anni della dittatura fascista, Cesare, che scarica cassette ai mercati generali, sua moglie Rosa e il loro unico figlio Giovanni, l’autore ci consegna un affresco che attraversa la storia di Roma dal 1937, anno della fondazione di Cinecittà, la città dei sogni, la Hollywood sul Tevere come verrà chiamata nel dopoguerra, fino agli anni ‘80 del secolo scorso, seguendo le vicende di Giovanni, che appena sedicenne diviene barista nel nuovo locale che si è aperto a Cinecittà. Veltroni ha la capacità di raccontare una lunga serie di aneddoti che fanno parte della storia del grande cinema italiano, con gli occhi di un giovane popolano, che, per intercessione di un gerarca fascista a cui Cesare Diotallevi consegna nella ricca palazzina dei Parioli agrumi profumati, riesce a scansare l’arruolamento nell’esercito che si prepara alla guerra. Una “raccomandazione” che verrà sempre ricordata al ragazzo che in giacca bianca si troverà a servire caffè, cornetti, chinotto Neri e liquori nostrani ad attori, comparse, sceneggiatori, attrezzisti, registi, che per tutti gli anni del suo servizio costituiranno la sua famiglia, la sua passione, la sua identità. Giovanni incontra una sarta che lavora al reparto costumi, gli dicono che si chiama Alida, come la Valli, fascinosa diva del momento, invece è solo Mariuccia, che sarà sua moglie, appassionata di cinema quanto lui: il giovane magro, senza lavoro, che cerca un posto di comparsa, si chiama Marcello e diventa l’amico del cuore di Giovanni; diventerà presto famoso, Mastroianni, senza mai tradire la vecchia amicizia di tempi difficili, anche se farà tardi al matrimonio di Giovanni, a cui doveva fare da testimone. Veltroni riesce a farci incontrare tutti i miti della generazione che ha reso il cinema italiano un capolavoro internazionale: nel bar entrano tutti, e Giovanni riesce ad intrattenere un dialogo, una battuta, un semplice gioco di sguardi, con tutti i grandi del cinema: ecco il giovane e allampanato Federico Fellini con la sua portatile sulle ginocchia, che scrive, corregge, malgrado il frastuono intorno a lui; ecco la simpatia di Alberto Sordi che gli si rivolge in perfetto romanesco, la Magnani, un mito di Mariuccia, Visconti che passa in auto mentre prepara i costumi di Morte a Venezia, con Dirk Bogarde e il giovane che interpreta Tadzio, De Sica con le sue uscite gigionesche, e, la sorpresa più stupefacente, Gregory Peck e Audrey Hepburn, in procinto di girare gli interni di Vacanze romane negli studi di Cinecittà, che si presentano in vespa verdina proprio al bar di Giovanni. Veltroni nel suo racconto non tralascia la storia che Roma ha vissuto, anche se vista con gli occhi smarriti di persone semplici, che vivono il bombardamento di San Lorenzo, la caduta del regime fascista, la partenza dalla stazione Tiburtina del treno che porterà ad Auschwitz gli oltre mille ebrei romani razziati dal ghetto, come calamità di cui non riescono neppure a comprendere la portata. La famiglia Diotallevi, la onesta semplicità di Cesare e Rosa, la passione per il lavoro e per il cinema di Giovanni e sua moglie, la crescita del figlio Umberto, che porta quel nome perché frutto di una follia dei suoi genitori innamorati nella camera finta di un set , sono un simbolo efficace di una società che ha attraversato i momenti più oscuri della storia del Novecento, che ha saputo risorgere, dandosi una Costituzione repubblicana che sarà la sua forza nella rinascita; il cinema, attraverso la mitica storia di Cinecittà, un artigianato che poi diventerà un’industria che darà lavoro a migliaia di persone, sarà uno degli elementi di questo riscatto. Veltroni, che ben conosce la storia della cinematografia italiana , ci appassiona nel ricordare i nomi di quanti sono stati gli artefici di questo miracolo: Zavattini, Bertolucci, Scola, Amidei, Rossellini, De Sica, Monicelli, Risi, Pasolini, tutti gli attori più famosi scorrono nella nostra memoria visiva, attraverso i film che abbiamo visto da giovani, nei cinema di terza visione, nelle sale che non esistono più, come il Capranica, o il celebre Planetario che si apriva e mostrava le stelle come in un sogno, o quelli che resistono alla forza delle serie tv, come il Mignon, o il cinéma d’essai, il celebre Nuovo Olimpia. La Città dei sogni, della fantasia, della celluloide, il titolo di un libro amatissimo di Ugo Pirro, oggi vive un momento di crisi, come tutto il mondo del cinema, la cui importanza come motore dell’occupazione e dunque dell’economia non sembra essere stata compresa da un governo che si è dimostrato miope. Mi piace concludere questo contributo con le parole dello stesso Walter Veltroni che dice:
“Enorme, eterna, anche se più giovane del Colosseo o di San Pietro, la Città del cinema è uno dei luoghi più affascinanti che esistano nel mondo. Non so se sia, come si dice, la fabbrica dei sogni. Per certo è stato sempre un tripudio di fatica , di genialità, di mestiere, di improvvisazione, di umanità”