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Dovremmo invece approfittare delle tecnologie verdi di Pechino
Sergio De Nardis 03/06/2026
Essa non è più fondata su dumping sociale e sussidi, ma su eccellenti capacità scientifiche e ingegneristiche, deciso impegno strategico per un futuro elettrico, economie di scala consentite dalla dimensione del paese e gli effetti sui costi derivanti dalle curve di apprendimento che hanno potuto svilupparsi in un simile contesto. Nel mondo pacifico e cooperativo se ne prenderebbe atto e si trarrebbe vantaggio, ai fini degli obiettivi climatici, di quel che ha realizzato la Cina, anche degli eccessi di capacità produttiva che abbassano i prezzi per gli utilizzatori. Ma il corrente scenario è evidentemente molto diverso. La difesa delle produzioni è prioritaria, i motivi strategici predominano e l’Ue si sta attrezzando nello sforzo di tenere insieme competitività e decarbonizzazione. E’ palese il contenuto protezionistico di diverse misure dell’Industrial Accelerator Act. Vi è consapevolezza di ciò e lo si ritiene necessario. Nel mondo imprenditoriale si chiede anzi di più, prospettando il rischio di apocalittici deserti industriali, mentre al contrario si vorrebbe puntare a una manifattura al 20%. Ebbene, si dovrebbe resistere a queste spinte regressive. Si dovrebbe trovare un equilibrio che eviti eccessi che danneggerebbero gli stessi Europei, riducendo l’innovazione e frenando l’accesso a beni essenziali per la transizione energetica. Per fare solo un esempio, importare dalla Cina pannelli fotovoltaici che hanno impatto occupazionale minimo, durano svariati decenni e non incorporano di certo dispositivi di spionaggio o sabotaggio non dovrebbe costituire motivo di allarme per la sicurezza e indipendenza economica dell’Ue. L’attuale temperie mina, però, le scelte equilibrate e l’opportunità offerta dal salto cinese nelle tecnologie per la decarbonizzazione rischia di non essere colta.
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