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La Cina e i rischi di protezionismo Ue

Dovremmo invece approfittare delle tecnologie verdi di Pechino

Sergio De Nardis 03/06/2026

La Cina e i rischi di protezionismo Ue La Cina e i rischi di protezionismo Ue La Cina sulla base di lungimiranti e ben focalizzate politiche industriali (precisa individuazione di target, finanziamenti a tassi minimi dalle banche statali, concessioni di terra pubblica per gli stabilimenti, funzionali infrastrutture anch’esse di proprietà statale, formazione di ecosistemi intorno alle attività prescelte, ampi sussidi, ma anche forte concorrenza tra le imprese e crescente dotazione di lavoro high skill) ha in breve tempo costruito, partendo da zero, vantaggi comparati in produzioni che richiedevano - anche nelle economie di mercato come le nostre - un deciso intervento pubblico per le ampie esternalità coinvolte e le urgenze dettate dal deterioramento di asset fondamentali di capitale naturale. Ci si riferisce alle tecnologie verdi indispensabili per mitigare il riscaldamento globale e fronteggiare quella che è stata definita (Nicholas Stern) the greatest market failure the world has ever seen. Lo sviluppo tecnologico cinese, col connesso abbattimento dei prezzi, potenzialmente consente a tutte le economie di decarbonizzare molto più velocemente e a costi molto più bassi di quanto si osava solo pensare 10-15 anni fa. Per questo motivo, in un mondo pacifico, cooperativo e non attraversato da ansie di ogni tipo si accoglierebbero con molto favore i risultati conseguiti dalla Cina in una cruciale corsa tecnologica che riguarda tutti. Il ritardo accusato dall’occidente in questo percorso è dovuto esclusivamente a cause interne, non alla determinazione della Cina. E la leadership cinese nelle tecnologie verdi è da considerare, ormai, il riflesso di genuini vantaggi comparati.
 
Essa non è più fondata su dumping sociale e sussidi, ma su eccellenti capacità scientifiche e ingegneristiche, deciso impegno strategico per un futuro elettrico, economie di scala consentite dalla dimensione del paese e gli effetti sui costi derivanti dalle curve di apprendimento che hanno potuto svilupparsi in un simile contesto. Nel mondo pacifico e cooperativo se ne prenderebbe atto e si trarrebbe vantaggio, ai fini degli obiettivi climatici, di quel che ha realizzato la Cina, anche degli eccessi di capacità produttiva che abbassano i prezzi per gli utilizzatori. Ma il corrente scenario è evidentemente molto diverso. La difesa delle produzioni è prioritaria, i motivi strategici predominano e l’Ue si sta attrezzando nello sforzo di tenere insieme competitività e decarbonizzazione. E’ palese il contenuto protezionistico di diverse misure dell’Industrial Accelerator Act. Vi è consapevolezza di ciò e lo si ritiene necessario. Nel mondo imprenditoriale si chiede anzi di più, prospettando il rischio di apocalittici deserti industriali, mentre al contrario si vorrebbe puntare a una manifattura al 20%. Ebbene, si dovrebbe resistere a queste spinte regressive. Si dovrebbe trovare un equilibrio che eviti eccessi che danneggerebbero gli stessi Europei, riducendo l’innovazione e frenando l’accesso a beni essenziali per la transizione energetica. Per fare solo un esempio, importare dalla Cina pannelli fotovoltaici che hanno impatto occupazionale minimo, durano svariati decenni e non incorporano di certo dispositivi di spionaggio o sabotaggio non dovrebbe costituire motivo di allarme per la sicurezza e indipendenza economica dell’Ue. L’attuale temperie mina, però, le scelte equilibrate e l’opportunità offerta dal salto cinese nelle tecnologie per la decarbonizzazione rischia di non essere colta. 

 

 
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