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Calendimaggio
Redazione InPiù 29/05/2026
Marco Travaglio dedica un ritratto sarcastico a Carlo Calenda sul Fatto Quotidiano, prendendo spunto dal sostegno dato al forzista Francesco “Ciccio” Cannizzaro, eletto sindaco di Reggio Calabria con oltre il 65% dei voti. Cannizzaro viene descritto come un personaggio folkloristico, noto per i comizi enfatici e per una lingua spesso sgrammaticata, sostenuto anche dall’ex governatore Giuseppe Scopelliti e dall’eredità amministrativa del Pd locale. Secondo Travaglio, Calenda avrebbe potuto festeggiare una vittoria rara, ma si sarebbe subito pentito dell’appoggio dato. In un primo momento il leader di Azione avrebbe attribuito la responsabilità agli elettori, accusati di preferire “gli influencer” alla politica di centro. Poi, dopo le critiche ricevute sui social, avrebbe ammesso l’errore: “Ho fatto l’errore di lasciar decidere ai territori senza conoscere il soggetto in questione”. L’editorialista ironizza proprio su questi misteriosi “territori” evocati da Calenda, sostenendo che il leader di Azione scarichi sempre altrove le responsabilità delle proprie scelte politiche. Travaglio sottolinea infatti come Calenda abbia dichiarato di non conoscere davvero Cannizzaro, nonostante siedano entrambi in Parlamento. L’articolo richiama poi un precedente analogo: le comunali di Lucca del 2022. In quell’occasione Azione candidò Alberto Veronesi, definito inizialmente da Calenda “persona seria” e “unica alternativa seria alla destra e alla sinistra”. Dopo il modesto risultato elettorale e l’alleanza di Veronesi con la destra, inclusa CasaPound, Calenda prese però le distanze dal candidato, giudicandolo “incapace” e “sfigato”. Travaglio conclude con un’ultima stoccata ironica: il sostegno di Calenda sarebbe stato decisivo non per aiutare il centrosinistra, ma per favorire la vittoria del centrodestra. Tanto che, senza Azione, scherza l’autore, Cannizzaro avrebbe “sfiorato il 100 per cento”.
Mario Sechi, Libero
Su Libero, Mario Sechi riflette sul significato della libertà di stampa partendo da una frase di George Orwell: il diritto di dire alla gente ciò che non vorrebbe sentirsi dire. Un principio che, secondo il giornalista, vale non solo nel rapporto con i lettori, ma anche in quello con l’editore. Sechi racconta quindi il suo licenziamento da parte di Giampaolo Angelucci, che lo aveva assunto tre anni prima. Non contesta la fine del rapporto professionale, ma il modo in cui si è concluso, giudicandolo un segnale negativo per la libertà di stampa. Sottolinea inoltre la coincidenza con le minacce ricevute da ambienti anarchici, che gli sono valse la scorta e la solidarietà del Presidente della Repubblica. L’autore lega poi il ruolo del giornalismo alla qualità della democrazia, ricordando che una delle prime leggi approvate dall’Assemblea costituente nel 1948 riguardava proprio la stampa. Pur riconoscendo limiti ed errori della categoria, sostiene che senza informazione libera si indeboliscono libertà, garanzie e trasparenza dei mercati. Infine affronta la crisi dei quotidiani: molti giornali, osserva, chiuderanno o cambieranno forma, ma questo non significa la fine del giornalismo. Secondo Sechi resta forte la domanda di informazione di qualità. Conclude ringraziando lettori e colleghi: “Libero mi ha dato tanto, ma si è preso troppo”.
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