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Tassi, le divergenze tra Bce e Fed

Verso un lieve aumento in Europa

Marcello Messori 09/09/2026

Tassi, le divergenze tra Bce e Fed Tassi, le divergenze tra Bce e Fed Nei prossimi giorni, i consigli della Banca centrale statunitense (Fed) e della Banca centrale europea (Bce) si riuniranno per assumere le prime decisioni di politica monetaria dopo la pausa estiva. Vi è un rischio elevato che, nonostante gli intendimenti espressi a Jackson Hole qualche giorno fa e nonostante i fallimentari tentativi di contenere i rialzi nei tassi di interesse a lungo termine effettuati in sintonia con il Tesoro, il Presidente della Fed decida di non contrastare gli elevati incrementi nei prezzi e le correlate aspettative inflazionistiche degli operatori di mercato mediante aumenti nei tassi di interesse di policy. Per contro, la maggioranza dei membri del Consiglio direttivo della Bce sembra orientata a imprimere restrizioni nella politica monetaria, sebbene l’economia dell’euro area sia caratterizzata da tensioni inflazionistiche più moderate di quelle statunitensi e da persistenti difficoltà di crescita.
 
 
Questo mondo ‘rovesciato’ trova giustificazioni che travalicano, in ambedue i casi, i confini della politica monetaria. Negli Stati Uniti, Warsh subisce la pressione dell’Amministrazione Trump che aspirerebbe ad allentare gli oneri finanziari su un debito pubblico fuori controllo e sui propri elettori indebitati nell’imminenza delle elezioni di mid-term. In tale prospettiva, poco importa se – nel medio termine – il mancato segnale di un appropriato rialzo dei tassi a breve consoliderà le aspettative inflazionistiche e aggraverà gli squilibri dell’economia statunitense in termini di gestione del debito pubblico e della bilancia commerciale. Nella situazione descritta, Warsh sceglierà di temporeggiare. Per contro, la Bce si troverà di fronte a un quadro politico europeo azzoppato dal fallimentare risultato elettorale tedesco e dalla preoccupante scelta islandese. La tentazione di Lagarde sarà, perciò, quella di isolarsi dal marasma politico e di trincerarsi nei limiti del proprio mandato:  essendo superiore alla soglia del 2%, il tasso medio di inflazione europeo impone che la politica monetaria non sia neutrale (come ora) ma assuma un’intonazione restrittiva. Di qui, un modesto aumento del tasso di policy che prescinda dal vero strumento di contrasto rispetto all’attuale rialzo dei prezzi: il sostegno a un’economia europea che necessita di innovazioni e di ristrutturazioni per un rilancio della crescita. La speranza è che le mie previsioni siano infondate. Se così non fosse, avremmo un’altra prova che la componente monetaria della politica economica non è in grado di arginare le distorsioni politico-istituzionali in due delle principali aree internazionali.
 
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