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Le ragioni di una crisi

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 08/09/2026

Le ragioni di una crisi Le ragioni di una crisi Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia legge nelle elezioni in Sassonia un’ulteriore conferma della crisi politica dell’Occidente europeo, segnata dalla perdita di consenso della sinistra socialdemocratica e dalle difficoltà del centro. A beneficiare di questa disgregazione sono soprattutto le destre radicali, nazional-sovraniste e populiste, insofferenti verso lo Stato di diritto e spesso filorusse. Secondo Galli della Loggia, questa destra appare però incapace di confrontarsi con alcune delle principali trasformazioni del presente: dalla diffusione della tecnoscienza e dell’intelligenza artificiale agli effetti del digitale sulla società, dall’oblio della tradizione umanistica e religiosa alle minacce geopolitiche che mettono sotto pressione le democrazie europee. In questo scenario, l’autore individua nella cultura liberale l’unica delle grandi tradizioni fondative dell’Europa democratica ancora disposta a difenderne apertamente i valori, dalla libertà politica alla dignità umana, assumendo così una posizione «conservatrice» sul piano culturale e opponendosi al politicamente corretto e all’idolatria tecnologica. Galli della Loggia si sofferma infine sull’Italia, dove la presenza storica di una destra di origine parafascista avrebbe impedito lo sviluppo di formazioni sovraniste-populiste simili a quelle affermatesi in altri Paesi europei. Dopo oltre ottant’anni di presenza nelle istituzioni, questa destra si è trasformata in senso nazional-conservatore, creando una sintonia con una parte della cultura liberale, oggi orientata a difendere alcuni tratti della modernità occidentale di fronte alle spinte che mirano a superarli.
 
Veronica De Romanis, La Stampa
Su La Stampa, Veronica De Romanis denuncia il ritardo dell’Italia negli investimenti in istruzione, una scelta che considera particolarmente grave in un Paese destinato a perdere nei prossimi 25 anni circa sette milioni di persone in età lavorativa. Secondo l’autrice, scuola e capitale umano non sono una priorità né per la destra né per la sinistra, anche perché politicamente è più conveniente distribuire risorse attraverso bonus che investire sui giovani, una fascia demografica sempre meno rilevante sul piano elettorale. Nel 2023 l’Italia ha destinato all’istruzione appena il 4% del Pil, contro il 4,7% della media europea e quasi il 7% della Svezia. Ancora più significativa è la quota sul totale della spesa pubblica: appena il 7,3%, ultima in Europa e in calo rispetto all’8,1% del 2013. Nel 2024 il dato dovrebbe risalire intorno all’8%, anche grazie al Pnrr e ai rinnovi contrattuali, ma resta il rischio di un nuovo arretramento una volta esaurite le risorse del Piano. Le conseguenze emergono dai risultati scolastici: secondo le prove Invalsi, appena uno studente su due comprende davvero ciò che legge o sa svolgere operazioni di base. Anche sul fronte universitario l’Italia è indietro: solo il 31,1% dei 25-34enni possiede una laurea, contro il 44,8% nell’Ue. Per De Romanis, investire in una formazione di qualità è dunque una necessità economica e demografica: una coalizione che voglia davvero cambiare il Paese dovrebbe partire proprio dal capitale umano.
 
Michele Serra, la Repubblica
“La grande permeabilità di molte società dell’Est Europa ai partiti di estrema destra, alle strette autoritarie, al nazionalismo e perfino al razzismo, proietta una luce tragica (ulteriore) sull’eredità del comunismo sovietico e la sua influenza sui Paesi satelliti (la Sassonia-Anhalt è ex Ddr) – osserva Michele Serra su la Repubblica -. Parrebbe un paradosso che laddove il socialismo era Legge e Regola, e l’internazionalismo una vantata ideologia di Stato, oggi prosperano la destra, il suprematismo etnico e religioso, il culto del leader forte come soluzione di qualunque problema. Prima rossi, poi neri: ma come è possibile? Forse, invece, non è un paradosso. Esiste un nesso ben leggibile tra il duro passato di quei popoli e il loro presente. E questo nesso, non so come dirlo altrimenti, è l’estraneità alla democrazia. Laddove la democrazia non è mai stata un valore condiviso, e soprattutto non è mai stata una pratica, un potere autoritario, magari con qualche merito assistenziale che il capitalismo non è più in grado di garantire (Welfare addio?), risulta preferibile alle incertezze, al caos sociale, alla paura del domani. Si usa dire che in assenza di tutele sociali per i poveri e per gli impoveriti, e in mancanza di un governo efficace dei flussi migratori, non c’è fede nei princìpi che tenga. Con i princìpi non si mangia. Verissimo. Ma la pancia piena, se non si crede in qualcosa di giusto e perfino di allegro, come l’uguaglianza e la libertà, non basta per dare respiro e luce a una società. La famosa “identità” che il sovranismo nero indica nella Nazione, nella chiusura e nella nostalgia del passato, è un’identità truce. Non può essere il fondamento di una comunità che pensa al suo futuro. Nella battaglia sui princìpi, sulle idee-bandiera, la democrazia non parte battuta”.
 
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