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La dignità di nascere e morire
Anche le élite devono farsi capire
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 09/09/2026
Sul Corriere della Sera, Antonio Polito affronta il paradosso delle democrazie contemporanee, nelle quali partiti ostili alla democrazia parlamentare e alla tutela delle minoranze conquistano consenso attraverso elezioni pienamente democratiche. Polito sostiene che la risposta peggiore consista nell'attribuire questi successi alla scarsa istruzione o alla facile manipolabilità degli elettori. La democrazia assegna infatti a ogni cittadino lo stesso peso politico e le classi popolari hanno storicamente contribuito alla costruzione delle grandi democrazie occidentali. Liquidarne oggi le scelte come frutto dell'ignoranza significa dunque mettere implicitamente in discussione lo stesso principio democratico. Polito ritiene che le élite politiche, intellettuali, economiche e mediatiche debbano piuttosto interrogarsi sulla propria capacità di comprendere e spiegare le trasformazioni in corso. Considerare immigrazione, transizione ecologica, rivoluzione tecnologica e intelligenza artificiale soltanto come opportunità, ignorandone i costi e le paure che generano, finisce per rafforzare proprio la contrapposizione tra popolo ed élite su cui prosperano i populismi. Il caso dell'immigrazione è emblematico: dietro il successo delle destre vi sono ragioni diverse, ma Polito individua un elemento comune nel disagio verso la società multietnica e nella ricerca di identità e appartenenza di fronte a cambiamenti che fanno sentire molti cittadini privati del controllo sulla propria vita. Polito conclude che le forze democratiche devono riconoscere questi malesseri senza assecondarne le derive razziste o xenofobe, ma anche senza considerarli espressione di una massa facilmente manipolabile. Le false narrazioni vanno combattute con argomenti convincenti, non con il disprezzo. Per difendere la liberal-democrazia non basta vincere le elezioni: occorre conquistare il consenso popolare e, nello stesso tempo, salvaguardare quei principi e diritti inviolabili che la Costituzione sottrae anche al potere della maggioranza.
Marco Mondini, la Repubblica
Su Repubblica, Marco Mondini sostiene che le recenti prese di posizione di esponenti delle Forze armate e di polizia contro la politicizzazione dei corpi dello Stato segnalino un fenomeno senza precedenti nella storia repubblicana. Mondini richiama gli interventi del generale Carmine Masiello e del colonnello Gianfranco Paglia, oltre alle iniziative di alcuni sindacati militari e di polizia, come reazione al tentativo di Futuro Nazionale e del suo leader Roberto Vannacci di presentarsi come interpreti autentici del patriottismo e come punto di riferimento politico per militari e forze dell'ordine. Mondini ritiene che il problema consista proprio nel tentativo di trasformare un'identità istituzionale fondata sulla neutralità politica e sulla fedeltà alla Costituzione in uno strumento di mobilitazione ideologica. La presenza nel movimento di ex ufficiali e appartenenti ai corpi dello Stato contribuisce, a suo giudizio, a costruire l'immagine di Vannacci come incarnazione dell'uomo forte capace di rappresentare le esigenze di sicurezza del Paese. Un'immagine che Mondini considera contraddetta sia dalle proposte del movimento in materia di difesa e ordine pubblico, sia dalle reazioni di numerosi militari in servizio, che rivendicano invece la propria estraneità a concezioni nazionalistiche e autoritarie. Mondini conclude che questa appropriazione politica dell'immagine delle Forze armate tradisce la tradizione costruita dall'Italia repubblicana dopo il 1946. Pur non essendo mancati episodi controversi, la grande maggioranza dei militari italiani ha fondato la propria identità sul servizio alle istituzioni democratiche, sulla subordinazione al potere civile e sul rifiuto delle ambizioni politiche personali. Per Mondini, il vero patriottismo delle Forze armate consiste dunque nella fedeltà al giuramento costituzionale, non nella ricerca del consenso o nell'esaltazione dell'uomo forte.
Maurizio Molinari, La Stampa
Su La Stampa, Maurizio Molinari sostiene che la Russia conduca contro l’Europa una stessa guerra articolata su tre fronti: quello militare in Ucraina, quello politico all’interno delle democrazie occidentali e quello ibrido, attraverso sabotaggi, incursioni di droni e attacchi alle infrastrutture. Molinari ritiene che le tre offensive rispondano a un’unica strategia: se Mosca non riesce a piegare militarmente l’Ucraina, punta a erodere il sostegno occidentale a Kiev, indebolire la fiducia nella sicurezza collettiva e modificare a proprio favore gli equilibri europei. Molinari individua nel rafforzamento dei partiti contrari agli aiuti all’Ucraina il secondo terreno della strategia russa. Richiama i rapporti documentati o contestati tra Mosca e forze politiche europee, dal Rassemblement National francese all’AfD tedesca, fino ai precedenti riguardanti la Lega e alla crescita di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. A queste forze della destra radicale si affiancano movimenti della sinistra antisistema, accomunati dall’opposizione agli aiuti militari a Kiev, alle sanzioni contro Mosca e al rafforzamento della Nato. Parallelamente, la Russia condurrebbe una “guerra ombra” attraverso sabotaggi, cyberattacchi e violazioni degli spazi aerei, con l’obiettivo di accrescere l’insicurezza e costringere i governi europei a destinare maggiori risorse alla propria difesa anziché all’Ucraina. Molinari conclude che l’obiettivo del Cremlino sia la progressiva frammentazione politica di Unione europea e Nato. La crescita nei Parlamenti delle forze contrarie all’attuale strategia occidentale rende infatti più difficile mantenere l’unità sulle sanzioni, sugli aiuti a Kiev e sulla difesa comune. Finché l’Europa continuerà a considerare separatamente il fronte militare, quello politico e quello ibrido, sostiene Molinari, non riuscirà a riconoscere l’unitarietà della strategia russa e lascerà a Mosca un vantaggio decisivo.
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