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Crossroads

Jonathan Franzen, Einaudi - 2021

Ex libris - Elisabetta Bolondi 05/11/2021

Crossroads Crossroads Il nuovo libro di Franzen è lungo, a volte impervio, talvolta ironico, o serio e perfino commovente.  Alla fine della lettura del suo conclamato grande romanzo familiare, “Crossroads”,  confermo che Jonathan Franzen è un grande scrittore, profondo, colto, aperto alle sollecitazioni di un paese, gli Stati Uniti  più interni, che ispirano la materia densa dei suoi romanzi. La fascetta che  Einaudi ha posto sulla copertina del libro parla di “Una grande nuova storia familiare”: in realtà  lo scrittore sembra abbia scritto sei storie, quella dei singoli componenti della famiglia Hildebrandt, separando le loro vicende e attuando la tecnica narrativa del flashback, per  consentire al lettore di conoscere il passato e i luoghi oscuri delle vicende dei vari personaggi; il tempo della storia va dall’Avvento del mese di dicembre del 1971, alla Pasqua successiva,  primavera del ’72; il luogo dell’azione è la cittadina di New Prospect, presso Chicago, Michigan, dove sorge la chiesa locale, la First Reformed, in cui il pastore Russ Hildebrandt svolge le funzioni di vice: la chiesa annovera un più anziano prelato, e uno molto più giovane, Rick Ambrose. Russ è sposato da oltre vent’anni con Marion, sua collaboratrice nella stesura dei sermoni, e la coppia ha quattro figli: Clem, ora al college, Becky, cheerleader di successo, Perry, intelligente, complicato, introverso, e infine il piccolo Judson di appena nove anni. Marion è molto ingrassata, il suo rapporto col marito è in crisi, lui è attratto da una giovane e spregiudicata parrocchiana, recente vedova, Frances, che comincia con l’inesperto e fragile Russ un gioco pericoloso.
 
Al centro dell’attività della pastorale giovanile della chiesa una sorta di associazione, Crossroads, raduna moltissimi adolescenti e giovani adulti, di cui il pastore Ambrose gode la piena fiducia, per la sua disinvolta relazione con loro: al contrario Russ è molto più legato alla spiritualità che viene dalle Sacre Scritture e dalla preghiera, cosa che lo allontana dai ragazzi, provocando una profonda spaccatura nel gruppo, più favorevole ai metodi molto laici di Rick. La stessa distanza che Russ ha provocato nei suoi figli, che lo temono e se ne tengono lontani, riservandogli un atteggiamento di disprezzo, dopo che la propensione del padre per la bella Frances, sembra sotto gli occhi di tutti. Non si può riassumere tutto quello che Franzen ha messo in questo romanzo lungo e difficile. Il passato di Marion, che lei ha gelosamente tenuto segreto al marito, la sua fragilità psichica che le viene dal padre e che è tramandata al figlio Perry, coinvolto in una dolorosa storia di droga, la mettono in estrema difficoltà nei confronti della famiglia: Clem ha lasciato il College, la ragazza che pensava di amare, ed è fuggito in Perù dove lavora da contadino; Becky si è innamorata del cantante folk Tanner, che segue nelle tournée in Europa. Russ, che da giovane aveva lavorato nel territorio dei nativi Navajo, e che pensava di riproporre quella esperienza ai giovani di Crossroads, riceve una terribile delusione, costretto a fare i conti con un’epoca diversa, quella degli Hippies, dei capelli lunghi, delle eterne chitarre delle band, della marijuana, della comparsa della cocaina, della libertà sessuale, dello sballo: i ragazzi non riescono più ad entrare in sintonia con la chiesa cristiana, né cattolica né riformata. Russ e le sue insicurezze, Marion e i suoi terribili segreti, Clem e la sua fuga dagli Usa dopo che non l’hanno arruolato in Vietnam come aveva richiesto, Perry, il più infelice in questa famiglia disfunzionale, e infine Becky, che sembra essere l’aspetto più positivo della storia, disegnano nelle pagine di Franzen una grande “pastorale americana”, per rubare un fortunato titolo a Philip Roth: la religione, la preghiera, Dio, sono al centro della vita di questi personaggi così ben tratteggiati, ma la salvezza in questo mondo sembra loro negata. La società americana consumista e materialista appare più potente dell’etica, della severità dei costumi che provengono dalla cupa moralità degli antenati.
 
La setta dei Mennoniti, da cui proviene Russ, una filiazione della chiesa anabattista, aveva reso il giovane Russ, bello e buono, un uomo fragile, inadeguato, un fuscello nelle mani della volitiva e sensuale Marion. La lingua raffinata, le citazioni colte, l’apertura verso diverse culture rendono questo romanzo unico: commovente, soprattutto per l’anno in cui si svolge la storia, il 1971: in quell’estate preparavo in California la mia tesi di laurea su Norman Mailer e ascoltavo alla radio Carole King e Bob Dylan, mentre si spandeva nei viali di Berkeley l’odore dell’erba, fumata da quasi tutti. Questi nomi e questa atmosfera sono riprodotti in modo straordinario da Franzen, a cui sono grata per avermi riportato a quegli anni così intensi, leggendo le pagine di un romanzo ricco e sincero.
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