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Intercettazioni e mafia: Melillo ha ragione?
La lettera del Procuratore antimafia sulle limitazioni della legge del 2025
Luciano Panzani 06/05/2026
La legge del 2025, è bene ricordarlo, introduce un limite massimo di 45 giorni per le intercettazioni ordinarie, prorogabile solo con specifica motivazione per elementi concreti. La norma mira a tutelare i cittadini contro l’eccessivo ricorso alle intercettazioni telefoniche, dopo che erano stati registrati casi di intercettazioni durate anni ed anche di abusi, come nel caso del sen. Esposito del PD intercettato dalla Procura di Milano nonostante fosse noto che si trattava di un parlamentare nei confronti del quale non era possibile procedere senza l’autorizzazione del Senato. Ma Melillo ha ragione? Il grido di allarme che proviene da un magistrato attento e competente è fondato? Credo di no. Il punto è che la legge vuole contrastare la prassi per cui le intercettazioni sono diventate lo strumento primario (e più facile) di indagine. Sono comode ed efficaci, ma l’abuso che se ne fa rischia di trasformare il nostro Paese nel Grande Fratello di Orwell. Se si giustifica un regime più rigoroso per i reati di mafia e terrorismo, nel caso dei fiancheggiatori e dei c.d. reati spia ( reati ordinari che sono agevolati dai collegamenti mafiosi e sono essi stessi indizio dell’esistenza di una organizzazione mafiosa) ammettere il ricorso alle intercettazioni in modo indiscriminato e molto ampio, come per i processi di mafia e terrorismo, ovvero consentire che i colloqui intercettati migrino da un fascicolo di mafia ad un fascicolo per un reato ordinario, significa estendere il regime speciale oltre i suoi limiti. Bisogna ricordare che la disciplina speciale delle intercettazioni ha un prezzo, che è la limitazione delle nostre libertà, limitazione che non è temporanea, perché la battaglia contro le organizzazioni mafiose è tutt’altro che vinta, anzi è riconosciuto che la mafia e la criminalità organizzata in generale si è espansa ed è ormai saldamente radicata in tutto il Paese. Bisogna evitare che in nome di un’emergenza reale e di una guerra di cui non si vede la fine, il tessuto stesso della nostra convivenza civile possa essere compromesso. Quindi no, Melillo non ha ragione.
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