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La voce del Papa spiazza Trump

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 07/05/2026

La voce del Papa spiazza Trump La voce del Papa spiazza Trump Massimo Franco, Corriere della Sera
Sul Corriere della Sera Massimo Franco sostiene che leggere l’attacco di Donald Trump a Leone XIV e la visita in Vaticano di Marco Rubio in chiave politica sia legittimo ma fuorviante, perché asseconda una narrazione utile a Washington. In realtà, si tratta di attacchi ripetuti e poco motivati contro il primo Papa statunitense, che ha risposto con fermezza e misura. L’offensiva trumpiana appare come una combinazione di improvvisazione ed esasperazione: improvvisazione nel cercare nel Pontefice un capro espiatorio per le difficoltà della politica americana, con accuse poco credibili; esasperazione legata sia alle imminenti elezioni di medio termine, con il timore di perdere consenso cattolico, sia al ruolo del Papa e del Vaticano come attori globali e promotori di multilateralismo, pace e inclusione. Per Trump, espressione di un’America polarizzata, il conflitto è funzionale, ma la presenza di un Papa con valori opposti e analoga proiezione internazionale risulta destabilizzante. In passato, la figura di Francesco era stata più facilmente strumentalizzata; con Leone XIV, invece, gli schemi non funzionano: Robert Prevost, americano di Chicago ma con identità “latin yankee”, sfugge alle categorie tradizionali. Questo lo rende difficile da etichettare e quindi bersaglio di tentativi di polarizzazione che rischiano di ritorcersi contro la Casa Bianca. Tuttavia, il Papa non è un anti-Trump: è semplicemente altro, guidato da gradualismo, ortodossia e visione di lungo periodo, con l’obiettivo di unificare la Chiesa e promuovere una visione meno conflittuale del mondo. Al contrario, l’Amministrazione americana appare concentrata su risultati immediati, anche militari. Nonostante le tensioni, i rapporti tra Vaticano e Stati Uniti restano solidi per ragioni storiche e strategiche e vanno oltre l’attuale presidenza: l’incontro con Rubio è solo un passaggio di un processo destinato, pur tra difficoltà, a ricomporsi su basi stabili.
 
Massimo Recalcati, la Repubblica
Su Repubblica Massimo Recalcati ricostruisce il ruolo di Gustave Le Bon, la cui Psicologia delle folle (1895) ha influenzato profondamente il Novecento, fino a Sigmund Freud e allo stesso Mussolini. L’intuizione centrale è che la massa non sia la somma degli individui ma un fenomeno collettivo che annulla le singolarità, offrendo l’illusione di appartenenza e liberando dall’angoscia della responsabilità individuale. Essa ha un carattere regressivo: vi emergono pulsioni primordiali come violenza, odio e fanatismo, mentre il pensiero critico si abbassa e domina un agire irrazionale per “contagio”. La massa diventa così un soggetto collettivo senza responsabilità, che scambia la libertà individuale con una protezione identitaria. Freud radicalizza questa visione mostrando come la massa si fondi su un’identificazione verticale con un capo, figura del “padre primigenio”, che tiene insieme i legami libidici e consente agli individui di riconoscersi in un’unica immagine. Oggi però la massa non è più monolitica come nel Novecento: con i social network si trasforma in uno “sciame” frammentato, senza centro stabile, attraversato da identificazioni intermittenti e improvvise esplosioni emotive. L’odio collettivo si concentra temporaneamente su un bersaglio e poi si disperde. Tuttavia, questa atomizzazione convive con il ritorno di leader forti — come Putin, Trump, Netanyahu, Khamenei — che tentano di ricostruire masse identitarie compatte. I due fenomeni, apparentemente opposti, sono in realtà connessi: la frammentazione neoliberale produce individui più fragili, esposti ad angoscia e solitudine, e proprio questa condizione alimenta il bisogno di identità rigide e protettive. In questo contesto, anche la guerra si lega alla necessità di ricompattare la massa attorno a identità e nemici definiti, trasformando l’angoscia individuale in appartenenza collettiva.
 
Alessandro De Angelis, La Stampa
Sulla Stampa Alessandro De Angelis evidenzia come, in un contesto internazionale e interno particolarmente critico, sorprenda la convocazione a Palazzo Chigi di un vertice dedicato anche alla legge elettorale, tema non prioritario rispetto alle crisi geopolitiche, alle tensioni con l’amministrazione Trump e alle difficoltà economiche e negoziali con l’Europa. Il momento è delicato anche per l’imminente incontro tra Giorgia Meloni e il segretario di Stato Marco Rubio, chiamato a verificare l’allineamento dell’Italia agli Stati Uniti dopo recenti frizioni. In questo quadro, la scelta di discutere di riforma elettorale viene letta come il segnale della fase politica e psicologica della premier: non una questione tecnica, ma l’espressione di un potere che si percepisce sotto una minaccia esistenziale e che, invece di rilanciare sul piano politico, tenta di intervenire sulle regole del gioco, peraltro dopo una recente bocciatura referendaria. La minaccia è duplice: da un lato il rapporto con il Paese, segnato dalla sconfitta al referendum interpretata come un avviso di sfiducia; dall’altro le dinamiche interne alla maggioranza, dove il modello di leadership centrato su Meloni mostra crepe e si affaccia l’ombra di alternative, in particolare quella di Marina Berlusconi. In questo contesto, la riforma elettorale diventa uno strumento per gestire il rischio di un esito incerto alle urne o di un pareggio che sposterebbe la formazione del governo in Parlamento, rafforzando il ruolo di Forza Italia e mettendo in discussione la leadership della premier. Resta però un percorso incerto, legato anche alle mosse della stessa Berlusconi. Nel complesso, la situazione richiama dinamiche già viste in passato: di fronte alla paura di perdere, molti governi hanno cercato di modificare le regole, senza che ciò portasse benefici duraturi.
 
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