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Trump è rimasto solo
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 12/05/2026
Sul Corriere della Sera Federico Fubini descrive una fase in cui gli Stati Uniti, sotto la guida di Donald Trump, sperimentano una forma inedita di isolamento internazionale involontario. L’episodio iniziale riguarda il fallimento del piano per il cambio di regime in Iran, che prevedeva il coinvolgimento delle milizie curde ma è stato bloccato dopo l’intervento di Recep Tayyip Erdoğan, preoccupato per le ripercussioni sulla stabilità della Turchia. Questo caso si inserisce in una serie di rifiuti da parte di alleati: Arabia Saudita, Regno Unito, Francia, Spagna, Italia e Germania hanno limitato o negato il proprio sostegno alle iniziative americane, fino a impedire operazioni militari e cooperazione logistica. Parallelamente, anche sul piano commerciale emergono difficoltà, con l’Unione europea che non ratifica accordi e la stessa giustizia americana che contesta i dazi. L’isolamento è accentuato da tensioni politiche e diplomatiche, inclusi attacchi al Vaticano, e riflette una perdita di consenso tra partner tradizionali. Al tempo stesso, altri Paesi rafforzano i rapporti con la Cina, sempre più consultata e al centro di nuovi equilibri, come dimostrano le visite di numerosi leader internazionali a Pechino. Le cause di questa situazione vengono individuate nelle scelte e nei comportamenti dell’amministrazione Trump: politiche commerciali erratiche, iniziative militari controverse, dichiarazioni aggressive e sospetti di rapporti ambigui con la Russia. Il risultato è che gli Stati Uniti, storicamente promotori di un sistema globale di alleanze, si trovano oggi più isolati. L’editoriale sottolinea però come questa condizione sia difficilmente sostenibile: l’economia americana, segnata da elevato debito e da forti investimenti nell’intelligenza artificiale da parte di grandi aziende tecnologiche, dipende dall’accesso ai mercati internazionali e dalla fiducia degli alleati. Un eventuale rallentamento di questi settori potrebbe avere effetti significativi su Wall Street, sui consumi e sulle finanze pubbliche. Per questo, conclude l’analisi, gli Stati Uniti hanno bisogno di ristabilire relazioni cooperative con i partner globali, anche per sostenere la propria competitività economica e tecnologica.
Giancarlo De Catalado, la Repubblica
Su Repubblica Giancarlo De Cataldo riflette sul rapporto tra società e cronaca nera, partendo da un episodio del 1963, quando il quotidiano Il Tempo invitò i lettori a contribuire alla ricostruzione dell’omicidio della modella Christa Wanninger, trasformando il pubblico in parte attiva dell’indagine. L’autore utilizza questo precedente per interrogarsi su come oggi una simile iniziativa assumerebbe forme spettacolari, in un contesto segnato da sovraesposizione mediatica del crimine. Il confronto con il passato evidenzia un cambiamento: la cronaca nera, un tempo circoscritta, è oggi continua e pervasiva, alimentata anche dalla disintermediazione e dalla tendenza diffusa a trasformarsi in esperti improvvisati. Il fascino del delitto viene ricondotto a una dimensione più profonda: il Male esercita un’attrazione inevitabile, radicata nella cultura occidentale fin dai miti originari, e rappresenta uno specchio in cui l’uomo si riconosce. Accanto a questa attrazione operano la narrazione — affidata a giornalisti e scrittori — e lo sfruttamento politico del crimine, tre elementi strettamente intrecciati. Di fronte all’“overdose” contemporanea di racconti criminali, l’autore richiama l’esigenza di regole condivise che limitino gli aspetti più distorsivi della comunicazione. Viene ricordato il codice di autoregolamentazione del 2009, promosso anche su impulso di Giorgio Napolitano, che stabiliva principi di rispetto della dignità delle persone coinvolte, equilibrio informativo e correttezza nella rappresentazione delle vicende giudiziarie. Tuttavia, l’assenza di poteri sanzionatori ne ha limitato l’efficacia, portando al suo progressivo abbandono. La possibile riattivazione di un organismo simile viene indicata come un passo utile, pur non risolutivo rispetto all’uso politico della cronaca. In conclusione, l’autore sottolinea come una reale capacità critica non possa derivare solo da norme o linguaggi più corretti, ma richieda conoscenza e consapevolezza, mentre difende il ruolo della fiction nel rappresentare il Male senza ridurlo a causa diretta dei comportamenti devianti.
Gianni Oliva, La Stampa
Sulla Stampa Gianni Oliva analizza le difficoltà del Ministero della Cultura sotto il governo Meloni, individuandone le cause in due presupposti errati. Il primo riguarda l’idea, radicata nella destra fin dagli anni Settanta, di una egemonia culturale della sinistra: secondo l’autore, pur essendo molti intellettuali di orientamento progressista, la cultura dominante in Italia è stata storicamente quella cattolica, capace di permeare la società anche in contesti laici, dal modello educativo di fine Ottocento fino all’Italia repubblicana. Il secondo errore consiste nel ritenere che l’egemonia culturale possa essere costruita attraverso nomine e interventi dall’alto. L’autore richiama il dibattito tra idealismo e materialismo per sottolineare come il rapporto tra idee e realtà sia complesso e circolare, ma osserva che la destra attuale manca di una identità culturale definita. I riferimenti evocati risultano eterogenei e contraddittori, da Tolkien a Dante Alighieri, fino a figure come Benedetto Croce, Giovanni Gentile, Piero Gobetti e Antonio Gramsci, senza che da questa somma emerga un progetto coerente. Ne deriva l’assenza di una strategia nei diversi ambiti culturali, dalla televisione pubblica alle arti, dall’editoria alla formazione. L’autore evidenzia inoltre l’incoerenza di alcune scelte, come nomine e critiche successive, che alimentano polemiche senza costruire consenso. Secondo l’analisi, l’egemonia culturale nasce invece da una sintonia tra governo e società, richiede tempo e un sistema di valori condiviso, e non può essere imposta. In mancanza di questi elementi, il risultato è una sequenza di conflitti, rigidità e crisi interne che indeboliscono l’azione politica e impediscono la costruzione di una vera egemonia.
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