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Quei conti che devono tornare
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 13/05/2026
Sul Corriere della Sera Carlo Verdelli evidenzia come la situazione economica italiana sia in peggioramento senza che vi sia un’assunzione di responsabilità politica adeguata. Pur riconoscendo il peso del contesto internazionale — dalle tensioni nello Stretto di Hormuz alle dinamiche globali — l’autore sottolinea che le difficoltà del Paese derivano anche da una lunga storia di cattiva gestione. Il dato più significativo è la previsione del Fondo monetario internazionale, secondo cui nel 2026 l’Italia avrà il peggior rapporto debito/Pil dell’Eurozona, superando anche la Grecia, nonostante i fondi del Pnrr. Questo comporta un calo di credibilità, maggiori costi per il debito e minori margini di manovra nelle politiche economiche, con ricadute su misure come il sostegno ai carburanti e la gestione dei conti pubblici. Tuttavia, questi temi restano marginali nel dibattito politico, dominato da logiche elettorali. L’opposizione appare concentrata su equilibri interni, mentre la maggioranza di governo è descritta come impegnata in tensioni e polemiche, indebolita anche dagli effetti del referendum sulla giustizia e da contrasti tra i leader della coalizione. In questo contesto, l’obiettivo principale sembra diventare la durata dell’esecutivo più che la soluzione dei problemi strutturali. L’autore contrappone a questa situazione l’esempio della Spagna, che negli ultimi anni ha registrato una crescita economica e un miglioramento dei principali indicatori, dimostrando che una ripresa è possibile. La differenza, secondo l’analisi, non dipende dall’orientamento politico ma dalla capacità di adottare politiche di lungo periodo. In conclusione, Verdelli richiama la necessità di maggiore trasparenza e responsabilità, invitando la politica a confrontarsi con la realtà economica del Paese e ad avviare interventi strutturali, a partire dalla lotta all’evasione, per restituire prospettive di crescita e fiducia ai cittadini.
Luigi Manconi, la Repubblica
Su Repubblica Luigi Manconi riflette sul tema dell’egemonia culturale della destra italiana, osservando come, dopo anni di rivendicazioni, essa si manifesti in forme che appaiono al tempo stesso simboliche e contraddittorie. L’autore cita episodi recenti — dalla partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision alle vicende interne al Ministero della Cultura — per introdurre una critica più ampia alla capacità della destra di elaborare una politica culturale coerente. Al centro dell’analisi vi è il confronto tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, entrambi provenienti da una formazione di estrema destra ma approdati a posizioni più moderate, seppur divergenti: il primo orientato a un conservatorismo con elementi liberali, il secondo verso una dimensione estetica e postmoderna. Nonostante le differenze, secondo l’autore entrambi condividono una difficoltà a incidere realmente nelle istituzioni che guidano, a causa di una sorta di “impoliticità” che ne limita l’efficacia. Il ministro è vincolato a logiche di governo e mediazione, ma incapace di comunicare e sostenere le proprie posizioni; il presidente della Biennale appare invece concentrato su un progetto culturale autoreferenziale, privo di ricadute durature. Questa condizione viene interpretata come segnale di una più ampia crisi della politica culturale della destra, incapace di tradurre le proprie ambizioni in un progetto strutturato. A ciò si aggiunge una dimensione personale, legata al protagonismo individuale e al narcisismo delle figure di vertice, che finisce per prevalere sull’indirizzo politico. L’autore osserva inoltre che, se in altri ambiti — come sicurezza e immigrazione — la destra esercita già una forma di egemonia culturale, nel campo dell’arte e della produzione simbolica tale egemonia appare ancora lontana. La costruzione di una visione capace di orientare il gusto, l’estetica e la sensibilità collettiva richiede infatti un lavoro lungo e complesso, che la destra non ha ancora compiuto. Di conseguenza, la sua “traversata” in questo ambito viene descritta come appena agli inizi.
Vittorio Barosio e Giancarlo Caselli, La Stampa
Sulla Stampa Vittorio Barosio e Giancarlo Caselli criticano l’accelerazione del governo verso una riforma della legge elettorale a ridosso delle elezioni del 2027, interpretata come un intervento non nell’interesse generale ma funzionale a impedire un possibile successo o pareggio delle opposizioni. Pur in assenza di un divieto costituzionale esplicito, gli autori richiamano orientamenti giuridici consolidati: la Corte costituzionale ha definito “non commendevole” modificare le regole elettorali poco prima del voto, mentre la giurisprudenza europea e la Commissione di Venezia indicano la necessità di stabilità e di una distanza temporale adeguata tra riforma e consultazione. Viene ricordata anche la posizione di Arturo Carlo Jemolo, secondo cui in un sistema liberale le regole non si cambiano in funzione immediata delle elezioni, ma si sottopongono agli elettori come proposta per la legislatura successiva. Il rischio segnalato è che un intervento così ravvicinato alteri l’effettiva rappresentanza, soprattutto se accompagnato da un premio di maggioranza eccessivo, già ritenuto problematico dalla Corte nelle sentenze del 2014 e 2017 quando compromette l’equilibrio tra governabilità e rappresentanza. Gli autori indicano due possibili strade: cercare un compromesso ampio con le opposizioni, riconoscendo la natura costituzionalmente sensibile della materia, oppure procedere unilateralmente sfruttando i numeri parlamentari. In questo secondo caso, la riforma apparirebbe come una forzatura politica che ignorerebbe anche il segnale proveniente dal recente referendum, confermando una tendenza a modificare le regole del gioco a proprio vantaggio. La conclusione è che una legge elettorale costruita in questo modo indebolirebbe la qualità democratica del sistema e rischierebbe di produrre effetti negativi sul piano istituzionale.
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