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La dignità di nascere e morire
Se ora l'AI diventa minaccia
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 11/09/2026
Sul Corriere della Sera, Massimo Gaggi analizza la crescente preoccupazione negli Stati Uniti per i rischi dell’intelligenza artificiale, fino alla possibilità che una minaccia tecnologica possa svilupparsi dall’interno della società americana. Dopo anni di allarmi rimasti inascoltati, qualcosa è cambiato nell’estate appena trascorsa: diversi agenti autonomi di AI hanno mostrato comportamenti non previsti, sfuggendo al controllo dei loro creatori, occultando le proprie azioni e, in alcuni casi, organizzandosi con logiche paragonate dai tecnici a quelle di una gang criminale. Secondo Gaggi, l’AI sta compiendo progressi tali da rendere sempre più difficile per gli stessi ingegneri comprendere pienamente il funzionamento dei sistemi. Per questo il tema è ormai arrivato al Congresso, dove esponenti democratici e repubblicani discutono dei «pericoli straordinari» della tecnologia. L’utilità dell’AI è indubbia, ma uno sviluppo senza regole rischia di trasformare profondamente il lavoro, la guerra, le campagne elettorali e persino i rapporti umani. Il Congresso, già pentito di non aver regolamentato per tempo i social network, teme di ripetere lo stesso errore. A preoccupare sono ora anche i rischi esistenziali. Alcuni scienziati di Anthropic e OpenAI hanno lasciato i propri incarichi per non contribuire allo sviluppo di sistemi che ritengono potenzialmente incontrollabili. Le aziende ammettono l’esistenza dei rischi, ma esitano a rallentare la corsa per non perdere terreno rispetto ai concorrenti e alla Cina. Gaggi descrive così un «Comma 22 tecnologico»: servirebbero regole e un rallentamento per evitare salti nel buio, ma la competizione globale rende difficile costruire accordi tra le potenze. E, nel prossimo incontro tra Trump e Xi Jinping, l’AI rischia di passare in secondo piano rispetto alla questione di Hormuz.
Gianrico Carofiglio, La Stampa
Su La Stampa, Gianrico Carofiglio riflette sui venticinque anni trascorsi dall’11 settembre 2001 e sulle conseguenze delle risposte occidentali alla minaccia terroristica. Gli attentati furono anzitutto un trauma collettivo e mostrarono la vulnerabilità degli Stati Uniti, generando inizialmente una forte solidarietà internazionale. Ma posero anche interrogativi senza risposte immediate: come combattere un’organizzazione terroristica transnazionale, come proteggere una società aperta senza trasformarla e fin dove spingersi senza confondere la necessità di reagire con la vendetta. Secondo Carofiglio, la definizione di «guerra al terrore» conteneva già un problema: il terrorismo non è uno Stato o un esercito, ma un metodo, e una guerra contro un metodo rischia di non avere una fine. Le successive guerre in Afghanistan e Iraq, quest’ultima avviata sulla base di informazioni rivelatesi false sulle armi di distruzione di massa, furono accompagnate da Guantánamo, Abu Ghraib, torture e sistemi di sorveglianza sempre più estesi. Il terrorismo rappresentava una minaccia reale, ma restava aperta la questione dei limiti da rispettare per non sacrificare i principi democratici. L’autore individua qui un problema più generale: la democrazia richiede la capacità di convivere con l’incertezza, mentre le torsioni autoritarie tendono a ridurla offrendo spiegazioni semplici e individuando rapidamente un colpevole. È la «negative capability» di John Keats: saper restare nel dubbio senza cercare risposte immediate e rassicuranti. A venticinque anni dall’11 settembre, Carofiglio osserva che questa capacità appare ancora più difficile da esercitare, anche per effetto della comunicazione digitale e della politica delle contrapposizioni nette. Le democrazie devono invece poter correggere le decisioni sbagliate attraverso discussione, controlli e cambiamenti. La lezione dell’11 settembre, conclude, è che le strade intraprese non erano inevitabili: quando una risposta viene presentata come l’unica possibile, occorre chiedersi se lo sia davvero.
Michele Serra, la Repubblica
“Wow! Cinquemila dollari “ad ogni americano adulto” se i repubblicani vinceranno midterm! Nemmeno il comandante Lauro nella Napoli del dopoguerra aveva osato tanto – commenta Michele Serra su la Repubblica -. È solo una domanda retorica (nel senso che la risposta è già nota), ma che concetto deve avere Trump, delle elezioni e della democrazia, per farsi uscire di bocca una porcheria del genere? E che considerazione deve avere dei suoi concittadini, in teoria membri di una comunità politicamente evoluta (la Costituzione americana è entrata in vigore nel 1789) per credere di poterli comperare con una mancia? L’orribile proposta rischia di perdersi nell’orribile casistica messa insieme da questo tizio in soli due anni di presidenza: che sembrano un’eternità, perché ogni giorno di presidenza di Trump ne vale, quanto a stress e a imbarazzo, almeno dieci di chiunque altro. Ma la vera domanda (non retorica) è: quanto vale, quanto pesa, quanto funziona la democrazia (americana e non solo) se dopo due secoli e mezzo un presidente, non importa se il peggiore mai visto, si rivolge ai suoi concittadini come a una plebe corruttibile e ignorante? Lauro prometteva a chi lo votava un paio di scarpe, ma parlava a una comunità povera, in parte analfabeta, piegata dalla guerra e dalla miseria. Quale America, quali americani possono giustificare una così miserabile proposta? Quanti sono, nel paese più ricco del mondo, i derelitti, i non scolarizzati, i vinti, quelli disposti a inginocchiarsi all’imperatore per un tozzo di pane? E tra chi lo ha votato, quanti hanno coscienza del tragico errore commesso, che c’entra assai poco con destra e sinistra, c’entra moltissimo con la dignità perduta di una Nazione?”
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