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Braccianti bruciati, lo Stato risponda
Redazione InPiù 05/06/2026
Secondo Luca Ricolfi, la morte dei quattro braccianti stranieri bruciati vivi a Villapiana rappresenta l’episodio più drammatico di una realtà che l’Italia conosce da anni senza essere riuscita a contrastarla efficacemente. L’autore ricorda che il caporalato agricolo è solo la parte più visibile di una più ampia “infrastruttura para-schiavistica”, composta da milioni di lavoratori impiegati in condizioni di forte sfruttamento. I braccianti stagionali costituiscono la componente più fragile e vulnerabile di questo sistema. Nonostante il susseguirsi di governi di ogni colore politico e l’approvazione di norme specifiche, come la legge del 2016 promossa da Teresa Bellanova, il fenomeno non è stato sconfitto e, secondo alcune stime, si sarebbe persino esteso. Ricolfi individua due ragioni principali di questo fallimento. La prima è economica: eliminare davvero il caporalato comporterebbe un aumento significativo dei costi di produzione e quindi dei prezzi di molti prodotti agricoli. La seconda riguarda la vastità territoriale del fenomeno, che rende insufficiente il semplice rafforzamento dei controlli da parte di ispettori, forze dell’ordine o magistratura. Per questo l’autore propone il ricorso a strumenti straordinari. La prima risorsa è l’esercito, l’unica istituzione che dispone di una presenza e di una capacità organizzativa adeguate alle dimensioni del problema. Una presenza stabile nelle campagne, sostiene, renderebbe più facile alle vittime denunciare abusi e rivendicare i propri diritti. La seconda risorsa è la concordia politica. Ricolfi ritiene che la lotta contro lo sfruttamento nei campi dovrebbe diventare un terreno di collaborazione tra maggioranza e opposizione, sottratto alle polemiche ideologiche e alle accuse reciproche. L’obiettivo comune dovrebbe essere individuare gli strumenti più efficaci per contrastare il fenomeno, indipendentemente dalle appartenenze politiche. Una strategia condivisa, conclude, gioverebbe ai lavoratori migranti costretti a vivere in condizioni degradanti, ma anche all’intera società italiana, che non può accettare la sopravvivenza di forme moderne di schiavitù. Secondo l’autore, una collaborazione concreta tra Giorgia Meloni ed Elly Schlein su questo tema potrebbe rafforzare la credibilità delle istituzioni e contribuire alla realizzazione di un grande progetto civile condiviso.
Claudio Cerasa, Il Foglio
Secondo Claudio Cerasa, il caso della grazia concessa a Nicole Minetti costituisce l’ennesima dimostrazione dei meccanismi che regolano il rapporto tra informazione, politica e giustizia in Italia. L’autore sostiene che una parte del dibattito pubblico abbia trasformato accuse e sospetti in verità accertate, alimentando una campagna che ha coinvolto il Quirinale, il ministero della Giustizia e la Procura generale di Milano. A suo giudizio, il principio dello Stato di diritto impone invece di considerare ogni accusa come un fatto da verificare e non come una condanna anticipata, nel rispetto della presunzione di innocenza sancita dalla Costituzione. Cerasa ricorda che, dopo ulteriori verifiche, la Procura generale di Milano ha confermato la correttezza dell’istruttoria e il parere favorevole alla grazia, mentre il presidente della Repubblica ha escluso la necessità di riaprire il caso. L’autore ripercorre le reazioni di esponenti politici e commentatori che avevano chiesto chiarimenti, dimissioni o assunto per fondate le ricostruzioni giornalistiche che attribuivano a Minetti un presunto complotto finalizzato a ottenere il provvedimento di clemenza. Secondo Cerasa, il funzionamento del “circo mediatico-giudiziario” segue uno schema preciso: si individua un’accusa utile, si trasforma il soggetto coinvolto nel simbolo di un male da combattere, si elevano sospetti e illazioni al rango di verità e si utilizzano tali ricostruzioni per ottenere vantaggi politici o consolidare convinzioni ideologiche. Il problema, osserva, non riguarda soltanto l’esito finale delle verifiche giudiziarie, ma il fatto che le campagne mediatiche lascino comunque un segno duraturo sulla reputazione delle persone coinvolte. Per questo l’autore richiama anche il caso di Silvio Berlusconi, sostenendo che per decenni accuse poi cadute o non dimostrate siano state utilizzate per costruire narrazioni pubbliche difficili da sradicare. La memoria, conclude Cerasa, è necessaria per ricordare come il passaggio dai sospetti alle sentenze mediatiche finisca per inquinare il dibattito pubblico. Il vero rischio non è il singolo errore giornalistico o giudiziario, ma una cultura della gogna che continua a trasformare il fango in strumento politico e mediatico, incidendo sulle vite delle persone anche quando le accuse risultano infondate.
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