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Il fallimento del giornalismo “vai e uccidi”
Redazione InPiù 04/06/2026
Secondo Alessandro Sallusti, la decisione della Procura generale di Milano di confermare la legittimità della grazia concessa a Nicole Minetti smentisce in modo netto l’inchiesta del Fatto Quotidiano che ne aveva contestato i presupposti. L’autore ricorda che, dopo ulteriori verifiche, la procuratrice generale avrebbe definito infondate le accuse sollevate dal quotidiano, sostenendo che alcune delle informazioni utilizzate risultavano false. Sallusti osserva che quello che era stato presentato come uno scoop giornalistico ha finito per coinvolgere esponenti politici e figure di primo piano dell’informazione, citando in particolare commenti televisivi nei quali la versione del Fatto Quotidiano era stata accolta come definitiva e utilizzata per criticare sia Minetti sia chi aveva firmato il provvedimento di grazia. L’editoriale richiama anche il ruolo di giornalisti e trasmissioni che, secondo l’autore, hanno amplificato accuse poi rivelatesi prive di fondamento. Per Sallusti, la vicenda non rappresenta soltanto l’errore di un singolo cronista o di una testata, ma evidenzia un problema più ampio che coinvolge una parte del sistema mediatico italiano. L’autore sostiene che alcuni organi di informazione avrebbero agito con la convinzione di poter influenzare il dibattito pubblico senza adeguati controlli e senza assumersi pienamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie accuse. In questo quadro richiama anche il caso di Vittorio Sgarbi, che sarebbe stato a sua volta colpito da contestazioni successivamente rivelatesi infondate. Secondo Sallusti, l’episodio Minetti rischia di produrre un danno più generale alla credibilità dell’informazione tradizionale, già sottoposta alla concorrenza e alla sfiducia generate dall’ambiente digitale. L’autore afferma che una parte del giornalismo avrebbe progressivamente sostituito il principio della verifica dei fatti con una logica orientata alla delegittimazione degli avversari politici e personali, trovando spesso sostegno in altri settori del mondo mediatico. Per questo considera la vicenda una sconfitta non solo per chi ha promosso l’inchiesta, ma per un intero modello di informazione che, a suo giudizio, ha perso affidabilità agli occhi dell’opinione pubblica.
Romano Prodi, Il Mattino
Secondo Romano Prodi, il progressivo arretramento dei partiti riformisti e di centrosinistra non può essere spiegato soltanto con problemi di leadership o con i cambiamenti sociali che hanno ridotto il peso delle tradizionali classi popolari. L’autore osserva che proprio mentre aumentano le disuguaglianze e cresce il numero di persone che avrebbero bisogno di protezione e sostegno, molti di coloro che si sentono emarginati e insicuri cercano risposte altrove. Questo fenomeno riguarda gran parte delle democrazie occidentali, dove il consenso riformista tende a concentrarsi nelle aree metropolitane e tra i ceti più istruiti e socialmente più sicuri. Prodi cita il caso di Venezia, dove il centrosinistra ha prevalso nel centro storico ma è risultato minoritario nei quartieri popolari di Mestre e Marghera, considerandolo un esempio di una tendenza più ampia. A suo giudizio, nelle prime generazioni del dopoguerra i partiti riformisti avevano alimentato fiducia nel futuro e contribuito a ridurre le disparità sociali, mentre la svolta impressa da Margaret Thatcher e Ronald Reagan ha affermato un modello fondato sulla centralità del mercato. Di fronte a quella trasformazione, sostiene l’autore, i partiti socialdemocratici non hanno elaborato una proposta alternativa complessiva, limitandosi spesso a correzioni parziali. Prodi afferma che gli squilibri prodotti negli ultimi decenni, aggravati dalla crescente concentrazione di ricchezza e potere, non possono essere affrontati con interventi marginali. Richiama a questo proposito un passaggio dell’enciclica di Papa Leone XIV, secondo cui la giustizia sociale non può essere separata dai processi economici ma deve riguardare tutte le fasi della produzione e della distribuzione della ricchezza. Per l’autore è necessario un ripensamento complessivo delle regole economiche e politiche, capace di governare i cambiamenti tecnologici e sociali senza limitarsi alla difesa dell’esistente. Solo una proposta riformista ampia e condivisa, conclude, può contrastare l’aumento delle disuguaglianze e offrire una prospettiva credibile a chi oggi si sente escluso, contribuendo così alla difesa della democrazia, della libertà e della giustizia sociale.
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