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Le radici del pacifismo italiano

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 04/05/2026

Le radici del pacifismo italiano Le radici del pacifismo italiano Ernesto Galli della Loggia, Corriere della Sera
Secondo Ernesto Galli della Loggia, il pacifismo diffuso in Italia nasce dall’eredità della Seconda guerra mondiale e dalla sconfitta del 1940-45, che ha lasciato nella coscienza collettiva una «sindrome dell’inerme»: la convinzione profonda che il Paese non conti nulla e debba restare lontano da ogni guerra. Il rifiuto del bellicismo, sancito dall’articolo 11 della Costituzione, è legittimo, ma essere genericamente “contro la guerra” non ha senso, perché un conflitto può essere imposto da un aggressore e rendere necessaria la difesa, come riconosce anche l’articolo 52. In Italia, però, la propaganda pacifista del dopoguerra e una radicata cultura cattolica hanno diffuso l’idea che la Costituzione proibisca sempre la guerra, senza distinguere tra aggressione e difesa. Questo pacifismo riflette in realtà una perdita di fiducia in sé stessi: si è radicata la convinzione che la guerra non sia “cosa per noi”, neppure come estrema necessità, e da qui nasce anche un atteggiamento ambivalente verso chi combatte per difendersi, come gli ucraini, guardati con un implicito disagio di fronte a un coraggio che gli italiani sentono di non avere. Non a caso l’Italia è tra i Paesi europei con il sostegno più debole all’Ucraina e con la maggiore riluttanza verso qualsiasi intervento militare, subordinato a un improbabile consenso universale. Alla base non c’è solo il ridimensionamento internazionale seguito alla sconfitta, ma soprattutto una ferita più profonda: la perdita di autostima nazionale e di senso della propria forza. Questa «sindrome dell’inerme» produce immobilismo, rifiuto del rischio e incapacità di progettare il futuro; la politica ne è condizionata e si limita a galleggiare senza visione. Così, conclude l’autore, da oltre vent’anni l’Italia sopravvive senza slancio, in un immobilismo che assomiglia sempre più a una lenta asfissia.
 
Paolo Gentiloni, la Repubblica
Come scrive Paolo Gentiloni su Repubblica, il possibile ritiro di truppe americane da Europa — anche se simbolico — segnala un cambiamento profondo negli equilibri dell’Occidente: gli Stati Uniti riducono il proprio ruolo di garanti della sicurezza, mentre la NATO viene svalutata da Donald Trump come una «tigre di carta». In questo contesto, gli europei non possono limitarsi alla nostalgia di un passato in cui Washington si faceva carico della difesa comune: devono assumersi maggiori responsabilità. Non per indebolire l’Alleanza atlantica, che resta essenziale soprattutto per la deterrenza nucleare, ma per rafforzarne il pilastro europeo. Questo disimpegno americano si accompagna anche a una minore attenzione verso l’Ucraina e segnala un Occidente più fragile di fronte alle autocrazie. Se l’Europa vuole difendere il proprio modello — fatto di democrazia, welfare e diritti — deve «diventare adulta», cioè dotarsi di una vera capacità autonoma di difesa. Gli investimenti militari stanno crescendo in molti Paesi, ma in modo disordinato e senza una strategia comune: ogni Stato continua a muoversi per conto proprio, spesso acquistando armamenti fuori dall’Europa e mantenendo sistemi duplicati e poco efficienti. Alcuni passi avanti esistono, come la discussione sull’applicazione dell’articolo 42.7 dei Trattati Ue, ma restano insufficienti. Il vero nodo è il paradosso europeo: invece di cogliere l’occasione per rafforzare il proprio ruolo nella NATO, molti Paesi esitano e rimpiangono una subordinazione agli Stati Uniti. Al contrario, sostiene Gentiloni, occorre rendere la NATO più europea, anche sul piano operativo e del comando, approfittando di un momento in cui gli stessi americani non ostacolerebbero questo riequilibrio. Senza una strategia comune, però, i rischi aumentano: non solo sprechi e inefficienze, ma anche nuovi squilibri tra gli Stati membri. Il caso della Germania è emblematico: il forte aumento della sua spesa militare potrebbe alterare gli equilibri europei se non inserito in un quadro condiviso. Per questo serve un salto di qualità: politiche industriali comuni, cooperazione militare e soprattutto finanziamenti europei. In questo senso, conclude l’autore, l’emissione di Eurobond per la difesa non è più un’opzione, ma una scelta necessaria e urgente.
 
Mario Sechi, Libero
Secondo Mario Sechi, il dibattito politico italiano appare sempre più confuso e privo di concretezza, soprattutto nel campo del centrosinistra, incapace di proporre soluzioni realistiche su temi cruciali come la sicurezza, l’energia e la politica internazionale. Nell’editoriale pubblicato su Libero , Sechi critica in particolare le posizioni del Partito Democratico e della sua leadership, accusate di muoversi tra slogan e semplificazioni, senza affrontare davvero la complessità delle crisi globali. L’idea che si possano “bloccare le guerre” con dichiarazioni di principio viene descritta come ingenua e scollegata dalla realtà, mentre il mondo è attraversato da conflitti duri e da nuovi equilibri di potere che richiedono strumenti politici e militari concreti. Per l’autore, il rischio è che l’Italia resti prigioniera di un approccio ideologico e inconcludente, incapace di incidere sul piano internazionale e di difendere efficacemente i propri interessi. In contrasto, viene sottolineata la necessità di una linea più pragmatica e operativa, capace di tradursi in decisioni reali, anche attraverso accordi energetici e iniziative diplomatiche mirate. Il confronto politico si riduce invece spesso a una contrapposizione simbolica, più attenta alla comunicazione e al consenso immediato che ai risultati di lungo periodo. Sechi evidenzia anche un clima di crescente incertezza sugli equilibri globali e sulla solidità delle alleanze occidentali, mentre in Italia il dibattito pubblico fatica a misurarsi con questi scenari complessi. Ne emerge l’immagine di un Paese che discute molto ma decide poco, diviso tra retorica e realtà, e di una politica che, anziché guidare, rincorre gli eventi. In questo contesto, conclude implicitamente l’autore, serve un ritorno al realismo, alla responsabilità e a una visione strategica più solida, per evitare che l’Italia resti ai margini delle grandi scelte internazionali.
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