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Scuola e lavoro, fanalini di coda Ue
Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani
Redazione InPiù 06/05/2026
Sul Corriere della Sera, Maurizio Ferrera ricorda che l’Unione europea monitora ogni anno non solo i conti pubblici, ma anche la situazione sociale dei Paesi membri, per verificare la convergenza verso gli standard del modello sociale europeo: occupazione, inclusione, protezione sociale e pari opportunità. Il monitoraggio serve anche a valutare la sostenibilità economica dei sistemi nazionali, poiché istruzione, povertà e livelli occupazionali incidono direttamente sulla crescita. Il processo prevede una prima valutazione generale e poi un’analisi approfondita dei casi problematici. Per il secondo anno consecutivo, l’Italia è stata inserita tra questi Paesi, ottenendo valutazioni negative sia sulla situazione sociale sia sulle politiche adottate. Ferrera evidenzia alcuni dati particolarmente critici: l’economia sommersa coinvolge oltre 3 milioni di lavoratori, soprattutto in agricoltura, servizi e commercio, mentre più di 10 mila persone vivono in insediamenti privi di servizi essenziali. Sul piano educativo, il 10% dei giovani abbandona la scuola dopo le medie — quota che sale al 15% in Sicilia e Sardegna — e il fenomeno è ancora più diffuso tra i giovani immigrati. I Neet restano sopra la media europea e meno di un terzo dei trentenni possiede un titolo universitario. La povertà minorile interessa il 27,1% degli under 17, con forti divari tra Nord e Sud. L’autore sottolinea poi il basso tasso di occupazione italiano, il peggiore d’Europa, soprattutto per quanto riguarda le donne: 57,8% contro circa il 70% della media Ue. A questo si aggiunge l’emigrazione dei laureati più qualificati: 190 mila nel 2024. Secondo Ferrera, crescita economica e sostenibilità dipendono dal numero di occupati e dalla qualità del capitale umano. Per questo servirebbero investimenti sociali e strategie di lungo periodo. L’autore critica invece la scelta di aver destinato circa 160 miliardi al superbonus, giudicato incapace di produrre effetti strutturali duraturi.
Lucio Caracciolo, la Repubblica
Su Repubblica Lucio Caracciolo sostiene che Donald Trump abbia attaccato indirettamente il segretario di Stato Marco Rubio prendendo di mira papa Leone XIV, alla vigilia dell’incontro che Rubio avrà in Vaticano con il pontefice americano. Secondo Caracciolo, Trump interpreta questa visita come un possibile segnale di presa di distanza politica da parte di Rubio, anche in vista delle elezioni di metà mandato del 3 novembre, che potrebbero indebolirlo e ridurre le possibilità del segretario di Stato di succedergli. L’incontro viene annunciato come “franco”, cioè diretto e senza formalismi, e si svolgerà in una fase di forte tensione nei rapporti tra Washington e Santa Sede. Trump ha accusato Leone XIV di connivenza con le ambizioni nucleari iraniane. Caracciolo interpreta le reazioni del presidente su tre piani: personale, geopolitico e politico interno. Sul piano personale, descrive Trump come fuori controllo e fonte di crescente imprevedibilità per gli Stati Uniti, al punto da alimentare preoccupazioni sia tra gli alleati sia tra gli avversari americani. Sul piano geopolitico, evidenzia l’insofferenza del presidente verso gli appelli del Papa per una pace “disarmata e disarmante”. Sul piano interno, sottolinea come Trump consideri la lealtà decisiva nei rapporti con i collaboratori e guardi con sospetto alle mosse di Rubio. I rapporti tra Stati Uniti e Santa Sede vengono definiti ai minimi storici dal 1984. Leone XIV avrebbe due priorità: evitare una terza guerra mondiale e ricomporre le divisioni interne al cattolicesimo americano, anche per rafforzare il sostegno della Chiesa statunitense al Vaticano. Secondo Caracciolo, gli attacchi di Trump starebbero paradossalmente aiutando il Papa nella ricucitura interna. La Santa Sede avrebbe inoltre respinto ogni tentativo dell’amministrazione americana di influenzare la linea vaticana su Cina, Russia e Cuba. Caracciolo conclude definendo Leone XIV “un americano papa”, impegnato contro “l’idolatria della forza” e a difesa della pace e dell’Alleanza atlantica.
Franco Garelli, La Stampa
Sulla Stampa anche Franco Garelli analizza il nuovo attacco di Donald Trump a papa Leone XIV, sostenendo che, oltre alle provocazioni abituali del presidente americano, emergano accuse politiche e ideologiche più profonde rivolte al Pontefice. La prima riguarda la posizione del Papa sulla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran. Secondo Garelli, Trump accusa Leone XIV di non comprendere il pericolo rappresentato dal programma nucleare iraniano e di favorire indirettamente Teheran attraverso i continui appelli alla pace e le critiche ai conflitti in corso. Nel mirino vi sarebbe anche la Dottrina sociale della Chiesa, giudicata dal presidente troppo “buonista”, sbilanciata sui principi morali e poco efficace di fronte agli equilibri geopolitici. Trump sostiene che non possa esistere pace se l’Iran dispone dell’arma atomica e arriva ad attribuire al Papa una frase mai pronunciata, secondo cui Leone XIV considererebbe accettabile un Iran dotato di bomba nucleare. Garelli interpreta questo passaggio come un tentativo di mettere il Pontefice sotto pressione e di presentarlo come distante dalla linea americana. Secondo l’autore, Trump considera ormai anche il Vaticano parte di quell’Occidente che rifiuta di seguire pienamente gli Stati Uniti nella nuova guerra e che non condivide la strategia americana contro Iran, Russia e Cina. L’immagine della “pace disarmata e disarmante” proposta da Leone XIV verrebbe quindi letta dalla Casa Bianca come segno di debolezza e disimpegno. La seconda accusa riguarda i rischi che, secondo Trump, le posizioni del Papa farebbero correre al mondo cattolico e all’Occidente cristiano. Garelli osserva che il riferimento è ambiguo: da un lato richiama le tensioni tra amministrazione americana e istituzioni cattoliche impegnate nell’accoglienza degli immigrati, private di finanziamenti pubblici; dall’altro sembra evocare la richiesta di un maggiore schieramento dell’Occidente cristiano contro l’Iran. L’editoriale si conclude sostenendo che Trump soffra l’isolamento politico e il fatto di non riuscire ad avere dalla propria parte né il Papa né una parte significativa del mondo cattolico.
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