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Mounk “Stati Uniti e Cina condannati a trattare però la guerra è possibile”

Anna Lombardi, la Repubblica, 16 maggio

Redazione InPiù 16/05/2026

Mounk “Stati Uniti e Cina condannati a trattare però la guerra è possibile” Mounk “Stati Uniti e Cina condannati a trattare però la guerra è possibile” «La realtà emersa da questo vertice è che nessuna delle due superpotenze ha poi così tanto potere: né sta troppo bene». Così, in un’intervista ad Anna Lombardi per la Repubblica del 16 maggio, Yascha Mounk, esperto di populismo e identità politica alla Johns Hopkins University. Tedesco naturalizzato americano, è politologo e autore di saggi come “La trappola identitaria”; “Il grande esperimento”; “Popolo vs. democrazia”.  I due Paesi sono davvero destinati alla guerra, anche solo economica, come predica la “trappola di Tucidide” citata da Xi, o resteranno alleati riluttanti? «Filosofi del Settecento come Adam Smith e Immanuel Kant, dicevano che più i Paesi sarebbero stati economicamente dipendenti fra loro, meno probabile sarebbe stata la guerra. I tanti conflitti che hanno attraversato i secoli successivi, dimostrano che non è così: una proto-globalizzazione esisteva già all’inizio della prima guerra mondiale e non è bastata. Questo per dire che la dipendenza esistente fra Stati Uniti e Cina — insieme a interessi geopolitici diversi e ideologie opposte — non rende impossibile la guerra. Allo stesso tempo, li obbliga, però, a una sorta di doppio gioco: perché interessi diversi finiscono per coincidere, diventando vantaggi condivisi. Il problema è che per questo doppio gioco serve raffinata saggezza. E non la vedo nell’attuale leadership globale». I mercati sono delusi anche da quanto è emerso su questioni diplomatiche cruciali: Taiwan e l’Iran. «Trump divide il mondo in sfere d’influenza: secondo lui, ogni grande potenza può fare ciò che vuole della sua. Taiwan, isola separata dalla Cina da poche miglia, per lui rientra in quella di Pechino. E poco importa che a Taipei ci sia un esecutivo democratico desideroso di autogovernarsi. D’altronde, è più o meno, quel che pensa anche dell’Ucraina, cui pure continua a dare un po’ di supporto. Non l’ha ancora abbandonata, ma da come ne parla, è chiaro che la ritiene parte della sfera d’influenza russa e dunque non gliene importa tanto». E l’Iran? «Con Teheran, il doppio gioco di Pechino è particolarmente evidente. I cinesi sono alleati pragmatici e cinici dell’Iran, ma allo stesso tempo il principio di libera navigazione dei mari conta anche per loro: la Cina esporta molto e non può accettare che quanto oggi impone l’Iran, diventi un principio applicabile altrove: rischierebbe di pagarla cara. Non credo, però, che Xi Jinping presserà l’Iran sul nucleare. Il Dragone si sente circondato da paesi ostili: Giappone, Corea del Sud, India, non hanno rapporti calorosi con Pechino e fanno parte della rete di alleati degli Stati Uniti. Meglio un alleato ben armato».
 
Trump ha scritto un post dove riconosce il declino americano: ma lo attribuisce a Joe Biden. «Sa bene di essere stato eletto sull’onda della rabbia verso il predecessore, accusato di aver fatto crescere l’inflazione. Solo che ora a farla crescere nuovamente, insieme ai prezzi al consumo, è stata proprio la sua guerra in Iran. E questo lo sta rendendo molto impopolare. Ebbene, finora sono stato restio a dirlo, ma per la prima volta anche io ritengo che stiamo incominciando a vedere l’inizio della fine di Trump». Quali sono i segnali? «Gli Stati Uniti sono deboli. La guerra in Iran è andata molto male: col peggiorativo, rispetto a tre mesi fa, dello stretto di Hormuz chiuso con i conseguenti impatti economici e politici». Perché anche la Cina se la passa male? «La sua crescita economica è ferma dai tempi del Covid. Il costo della vita è altissimo e anche i suoi giovani più brillanti faticano a trovare lavoro e casa: hanno gli stessi problemi di un laureato a Milano. Di fatto, si è rotto il patto economico interno basato su una crescita molto veloce. Certo, hanno fatto grandi progressi tecnologici e sull’Intelligenza Artificiale. Ma non portano grandi profitti». Eppure Trump è sbarcato a Pechino con i più importanti Ceo d’America... «La relazione economica fra i due Paesi resta cruciale. Ma allo stesso tempo, è una relazione ambigua. Il  problema è che separare nettamente le due economie oggi costerebbe molto a entrambe. Allo stesso tempo, hanno bisogno di dipendere meno l’uno dall’altro. Ma la promessa trumpiana di riportare la produzione in patria non è realistica. Produrre scarpe o cilindri per auto interamente in America avrebbe costi alti e porterebbe a un ulteriore declino degli standard di vita. Altro discorso, è l’industria militare». Ci spieghi meglio. «Chi non ha industrie tecnologiche e militari avanzate nel proprio paese, ha un problema di sicurezza nazionale. Ebbene, nel campo dell’Intelligenza Artificiale, gli Stati Uniti sono in vantaggio. Ma i cinesi sono avanti nella produzione di robot e droni. E questo, in un’eventuale guerra, si trasformerebbe in asset: perché ne producono più degli americani». Trump si è già vantato di aver siglato “accordi fantastici”. «Essere a Pechino in un tale momento di debolezza, trattato con deferenza da Xi che lui ammira in quanto potente della Terra, gli permette di presentarsi ai suoi come il successore dell’ex presidente Nixon, dipingendo la visita come grandiosa. Ha ottenuto cose piccole, ma in questo momento ogni vittoria politica per lui vale più di quanto vediamo. E comunque ora le tensioni fra Cina e Usa saranno per un po’ meno acute. E il fatto che la linea di comunicazione resti aperta è positivo per tutti».
 
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