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Ex Ilva, ridimensionare Taranto non è una sconfitta
La questione è quanta siderurgia serve al Paese e come renderla competitiva
Claudio Di Donato 10/09/2026
La vicenda ricorda per alcuni aspetti quella di Alitalia. Per molti anni si è cercato di difendere contemporaneamente il vettore nazionale, le sue dimensioni, l’occupazione e le rotte, finanziando ripetutamente soluzioni transitorie. Alla fine è sopravvissuta la funzione industriale, ma attraverso un’impresa profondamente ridimensionata e inserita in un grande gruppo europeo. Il realismo impone un polo siderurgico più piccolo, tecnologicamente avanzato, basato progressivamente su forni elettrici e preridotto, inserito nella filiera manifatturiera italiana e accompagnato da una vasta opera di bonifica e di diversificazione produttiva del territorio. Lo Stato deve contribuire alla transizione, non sostituirsi indefinitamente all’imprenditore. Può finanziare bonifiche, infrastrutture, innovazione e decarbonizzazione; non può continuare senza scadenza a finanziare perdite operative. Salvare Taranto, dunque, potrebbe significare anche accettare che l’Ilva com’era non possa più esistere. Non sarebbe necessariamente una resa. Potrebbe essere finalmente l’inizio di una politica industriale che sceglie ciò che vale la pena conservare, concentra lì le risorse e rinuncia alla pretesa, sempre più costosa, di conservare tutto.
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