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La battaglia infinita tra Ia e democrazia
Redazione InPiù 15/09/2026
Su Domani, Nadia Urbinati sostiene che l’intelligenza artificiale rappresenti una minaccia specifica per la democrazia perché interviene sulla «sfera psicosociale», cioè sul processo attraverso il quale i cittadini formano le proprie opinioni e partecipano alle decisioni collettive. Urbinati richiama gli allarmi lanciati dagli stessi protagonisti dell’industria tecnologica, da Bill Gates a Dario Amodei, fino alle dimissioni dell’ingegnere di Anthropic Jacob Coxon, per sottolineare come i rischi dell’AI non riguardino più soltanto scenari ipotetici, ma investano direttamente il funzionamento delle società contemporanee. Urbinati osserva che propaganda e manipolazione dell’opinione pubblica hanno accompagnato fin dalle origini la politica di massa, ma l’intelligenza artificiale ne modifica profondamente la natura e la potenza. Se fino al Novecento la propaganda era essenzialmente un prodotto umano e artigianale, oggi può essere realizzata su scala industriale attraverso contenuti artificiali capaci di costruire realtà false. Urbinati indica come esempio il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt, favorito a suo giudizio da una campagna sui social media basata anche su immagini generate dall’AI e messaggi falsi sull’immigrazione. Il rischio è particolarmente grave perché la democrazia presuppone cittadini capaci di formare liberamente le proprie opinioni, mentre gli strumenti tecnologici possono alterare proprio questo processo. Urbinati conclude che non è sufficiente affidarsi all’autoregolamentazione delle grandi aziende tecnologiche, i cui stessi dirigenti riconoscono ormai l’imprevedibilità degli strumenti che hanno creato. Anche coloro che producono e utilizzano sistemi capaci di manipolare l’opinione pubblica possono perderne il controllo, ma la loro preoccupazione non coincide necessariamente con la difesa della democrazia. Per Urbinati, i modelli di AI già esistenti possono essere impiegati per finalità eversive: spetta quindi alle istituzioni democratiche imporre regole molto severe sul loro finanziamento e utilizzo, emancipando la formazione dell’opinione pubblica dal potere dei grandi gruppi tecnologici.
Claudio Cerasa, Il Foglio
Sul Foglio, Claudio Cerasa sostiene che il «momento Oppenheimer» evocato dai protagonisti dell’intelligenza artificiale debba essere osservato con cautela. Elon Musk, Sam Altman e Dario Amodei, dopo aver contribuito ad accelerare lo sviluppo dell’AI, chiedono ora di rallentare la corsa, introducendo maggiori controlli e misure di sicurezza. Cerasa riconosce la necessità di interrogarsi sui rischi di tecnologie sempre più potenti, ma osserva che dietro gli appelli alla responsabilità dei leader delle Big Tech esiste anche una questione economica: rallentare lo sviluppo può risultare conveniente proprio alle aziende che hanno già conquistato le posizioni più avanzate. Cerasa concentra l’attenzione sui costi crescenti della competizione. Le principali società dell’AI investono somme enormi e accumulano perdite: OpenAI, Anthropic e xAI hanno bisogno di capitali sempre maggiori per finanziare modelli, infrastrutture e potenza di calcolo. In questo contesto, la richiesta di imporre standard di sicurezza più severi e di rallentare la corsa può avere l’effetto di alzare ulteriormente le barriere per chi vuole entrare nel mercato. Le aziende già dominanti dispongono infatti delle risorse necessarie per sostenere questi costi, mentre nuovi concorrenti avrebbero maggiori difficoltà. Il richiamo all’etica e alla sicurezza coincide quindi con interessi economici che non possono essere ignorati. Cerasa conclude che il problema non consiste nello scegliere tra un’intelligenza artificiale senza regole e il blocco dell’innovazione. I rischi devono essere affrontati, ma occorre evitare che la paura diventi lo strumento attraverso cui i protagonisti della rivoluzione tecnologica consolidano le proprie posizioni. Dietro il «momento Oppenheimer» può esserci dunque anche il tentativo delle grandi aziende di proteggere gli investimenti già compiuti e limitare la concorrenza. Il vero rischio, per Cerasa, è che in nome della sicurezza si finisca per non rischiare più nulla, rinunciando proprio a quella competizione e a quella capacità di innovare dalle quali dipende lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
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