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Per Putin non c'è un piano B

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 12/06/2026

Per Putin non c'è un piano B Per Putin non c'è un piano B Marco Imarisio, Corriere della Sera
In un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera, Marco Imarisio riflette sulla guerra in Ucraina richiamando l’immagine della Prima guerra mondiale: da una scintilla può nascere un incendio immane. Oggi, osserva il giornalista, il conflitto scatenato dalla Russia ha superato per durata quello del 1914-1918 e per comprenderne gli sviluppi è necessario guardare alla visione della realtà di Vladimir Putin. Secondo Imarisio, nel discorso tenuto al Forum economico di San Pietroburgo il presidente russo ha mostrato ancora una volta una profonda distanza dai problemi reali del Paese. Putin ha sostenuto che il rallentamento dell’economia sia una scelta volontaria, evitando però di affrontare temi come l’aumento delle tasse, l’indebitamento di famiglie e imprese e le tensioni che attraversano l’apparato economico russo. L’economia, sottolinea l’autore, non è al collasso, ma vive una fase di forte difficoltà. Il presidente continua inoltre a ignorare gli effetti concreti della guerra sulla popolazione: la paura provocata dagli attacchi con i droni, le crescenti difficoltà nel reclutamento e il numero sempre maggiore di soldati feriti che tornano dal fronte. Una realtà visibile nelle città russe ma che, secondo Imarisio, resta esclusa dal racconto ufficiale del Cremlino. L’editorialista evidenzia come molti russi siano stati indotti a considerare il conflitto una guerra esistenziale contro l’Europa. Putin continua a leggere gli eventi attraverso questa lente e non sembra disposto a modificare la propria strategia. Dopo il fallimento del piano iniziale di conquistare Kiev e rovesciare Volodymyr Zelensky, non è mai emersa un’alternativa politica o militare. Per Imarisio, l’unico obiettivo rimasto è consolidare il controllo dei territori occupati per poter rivendicare una vittoria. Un traguardo per il quale Putin appare disposto ad attendere ancora a lungo, accettando nuovi sacrifici e nuove vittime. Per questo, conclude l’autore, la fine della guerra appare ancora lontana.
 
Serena Sileoni, La Stampa
In un commento pubblicato su La Stampa, Serena Sileoni sottolinea il ruolo sempre più centrale dell’Ufficio parlamentare di bilancio (Upb), organismo nato poco più di dieci anni fa su impulso europeo e ormai considerato uno strumento indispensabile per l’analisi dei conti pubblici. Secondo l’autrice, l’Upb rappresenta un esempio virtuoso di come il Parlamento possa rafforzare le proprie funzioni di indirizzo e controllo attraverso valutazioni indipendenti e tecnicamente fondate. L’occasione è il Rapporto sulla politica di bilancio 2026, che restituisce un quadro nel complesso positivo della situazione italiana. Pur in presenza di un contesto internazionale difficile, segnato da tensioni geopolitiche, dazi, aumento della spesa per interessi e rallentamento economico, il documento evidenzia progressi sul fronte della finanza pubblica. Migliorano infatti diversi indicatori, dalla dinamica del debito al deficit, fino al saldo primario e al controllo della spesa. Sileoni riconosce il merito dell’approccio prudente adottato dal Ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti. Sebbene al governo venga spesso contestato di essersi limitato a mantenere in ordine i conti, l’autrice osserva che il rafforzamento della credibilità finanziaria del Paese costituisce già un risultato significativo, soprattutto nei rapporti con i mercati che finanziano il debito pubblico. Non mancano tuttavia le criticità. La presidente dell’Upb, Lilia Cavallari, ha rilevato come le ultime misure fiscali abbiano aumentato il peso tributario sulle imprese e risposto principalmente a esigenze contingenti, rendendo il sistema fiscale più complesso e allontanando una riforma organica improntata a maggiore equità. Guardando al futuro, l’eredità più importante del PNRR potrebbe non essere quella economica o infrastrutturale. Secondo il Rapporto, il vero cambiamento potrebbe riguardare la pubblica amministrazione, grazie all’introduzione di nuovi strumenti di monitoraggio, verifica dei risultati e organizzazione del lavoro. Un’evoluzione che, conclude Sileoni, potrebbe trasformarsi nella più rilevante riforma amministrativa realizzata in Italia negli ultimi decenni.
 
Michele Serra, la Repubblica
Scrive Michele Serra su la Repubblica - “Piaccia o non piaccia il calcio, i Mondiali sono una maniera sempre imprevista e coinvolgente di conoscere la composizione dell’umanità, diciamo la sua ripartizione post-tribale in popoli e nazioni (non sempre post-tribali, a giudicare dall’aggressività di alcune tra le più note, Usa e Russia su tutte). Checché se ne dica ne sappiamo così poco, di come è fatto il mondo, che per esempio l’ingresso in campo delle Nazionali di Capo Verde e Curaçao, e permettetemi di metterci, per personale impreparazione, anche l’Uzbekistan, ci spinge ad aguzzare la vista, curiosi dei colori delle maglie, delle facce e dei nomi dei giocatori, delle differenze e delle ricorrenze negli atteggiamenti di gioco, nel modo di esultare o di abbattersi dopo il gol subìto. Chi sono, come vivono, che cosa pensano il cannoniere uzbeko, il quinto di fascia capoverdiano, il portiere di Curaçao? Come rimanere indifferenti a questa irruzione copiosa, coloratissima, di sconosciuti nel nostro campo visivo? Non siamo così provinciali da considerare l’assenza dell’Italia una ragione per disinteressarcene, di questi Mondiali. Ma siamo così provinciali da considerare esotica la presenza di paesi dei quali sappiamo molto poco o quasi niente (Curaçao, per me, fino a poche settimane fa era solo un liquore). Per altro, di mestiere non facciamo il geografo, neppure il titolare di un’agenzia di viaggi. Piuttosto che vergognarsi di questa lacunosa conoscenza dell’umanità, è preferibile metterla a profitto, e godersela. Questi mondiali affollati come mai prima sono una specie di atlante geografico che ci si spalanca davanti. Le partite delle eliminatorie, apparentemente le meno rilevanti, sono invece un viaggio entusiasmante nel meno noto. Ovvio che si fa il tifo per i piccoli, per i destinati alla sconfitta. Altrettanto ovvio che anche nel macro ci si orienta come nel micro, tenendo le parti del predestinato soccombente. Se per esempio, e restando ai paesi ospitanti, Messico o Canada dovessero incontrare gli Usa e metterli sotto: sarebbe festa grande. Per gioco, bene inteso, ma il gioco è una cosa seria”.
 
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