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Le polemiche sul riarmo

Il disimpegno americano e la minaccia russa

Riccardo Illy 13/07/2026

Le polemiche sul riarmo Le polemiche sul riarmo Quando gli estremi si toccano: è di questi giorni l’inconsueta sceneggiata dei vertici politici di AVS, FN, Lega, M5S (in rigoroso odine alfabetico) contro il riarmo ribadito nel vertice NATO di Ankara. Gli altri partiti di governo sono favorevoli, nel PD lo è una maggioranza con Bettini che da’ invece ragione a Conte. Il quale ha affermato che la Russia non rappresenta una minaccia di invasione per l’Italia o l’Europa. Peccato che lo stesso Conte, a marzo del 2022, affermò che nel suo colloquio con Putin di fine 2019 non aveva avvertito l’imminenza di un attacco all’Ucraina, avvenuto invece poco più di due anni dopo. Cosa ne pensino gli italiani lo sapremo probabilmente fra qualche giorno, quando verrà pubblicato qualche sondaggio sul tema; vedremo se prevarrà la “saggezza della folla” o l’incoscienza del “qui e ora”. Ci sono due fatti incontrovertibili da considerare per farsi un’idea in merito al riarmo. Il primo è che gli USA si stanno sfilando dall’Europa; l’ho citato volutamente per primo perché i primi segnali del nuovo corso risalgono alla presidenza Biden, quindi prima dell’invasione russa dell’Ucraina e di Trump. Del resto a più di 80 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale (l’ho già scritto) non esiste alcuna valida ragione perché gli Stati Uniti debbano sobbarcarsi la difesa dell’Europa. Ciò non significa che si ritireranno completamente dal nostro continente, né che il trattato NATO verrà denunciato. Le forze USA, però, assieme all’armata Brancaleone dei raccogliticci eserciti europei non saranno sufficienti a resistere a un eventuale attacco russo.
 
E questo è il secondo fatto incontrovertibile; la minaccia russa. Non è testimoniata soltanto da una guerra di invasione che dura ormai da più di quattro anni, con quotidiani attacchi russi alla popolazione civile ucraina che ha provocato 14.500 vittime. Ma anche da alcuni attacchi (ballon d’essai?) in Romania e Polonia, da continui sconfinamenti di droni russi per spiare aeroporti e basi militari perfino in Germania e Francia e dalle quotidiane interferenze digitali per influenzare opinione pubblica e voto dei cittadini europei. La possibilità che, nel caso di vittoria sull’Ucraina che sarebbe scontata se come propongono Conte e Vannacci venisse meno il nostro appoggio militare, Putin decida di invadere un paese europeo anche se membro della UE e della NATO non può essere esclusa. Ma Putin non durerà in eterno, obietterà qualcuno; dopo di lui ne potrebbe però arrivare uno ancora peggio. Ma non attaccherebbe l’Italia, direbbe qualcun altro; ma i nostri obblighi derivanti dalla adesione alla UE e alla NATO ci rendono solidalmente responsabili della difesa anche degli altri paesi membri delle due organizzazioni. L’impegno al riarmo appare oggi una via obbligata e anche la strada diplomatica, invocata da molti, appare a fondo cieco. Se mai qualcuno riuscisse a far ragionare Putin e a fargli firmare un accordo di non belligeranza, quell’accordo varrebbe quanto la carta su cui sarebbe scritto. Putin ne ha già firmati e violati diversi. Anche la polemica sui soldi per le armi sottratti alla scuola e alla sanità appare sterile. Troppo facile rispondere sarcasticamente che se Putin ci trovasse disarmati poi a quei servizi pubblici dovrebbe pensarci la Russia. Ma è invece vero che la spesa militare può essere finanziata con nuove imposte o con la spending review che vada a ridurre le ancora tante spese improduttive o inutili che lo Stato sostiene. La vera soluzione non sta tanto nello spendere di più per riarmarci, quanto nello spendere meglio, passando da 27 eserciti insignificanti a uno unico europeo (che includa quello inglese e ucraino) che sarebbe verosimilmente il terzo al mondo dopo USA e Cina. Ma qui ci si scontra con gli obiettivi politici e interessi economici di piccolo cabotaggio di chi non vuole rinunciare a esercitare il potere a livello nazionale, anche se ciò ci costa molto di più.
 
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