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Attirare le imprese è possibile

Sintesi degli editoriali dei principali quotidiani

Redazione InPiù 23/07/2026

Attirare le imprese è possibile Attirare le imprese è possibile Francesco Giavazzi, Corriere della Sera
Secondo Francesco Giavazzi, i risultati economici del Pnrr sono stati inferiori alle attese perché i consistenti investimenti pubblici non sono riusciti a generare una risposta altrettanto forte da parte del settore privato. Pur riconoscendo che molti effetti delle opere infrastrutturali richiedono tempi lunghi e che alcune riforme collegate al Piano stanno già producendo benefici, ad esempio nella giustizia, nei pagamenti della pubblica amministrazione e nella digitalizzazione degli appalti, l'autore osserva che la crescita dell'economia italiana è rimasta modesta e che prevale un diffuso senso di disillusione. Giavazzi ricorda che negli anni del miracolo economico gli investimenti pubblici furono accompagnati dall'iniziativa di una generazione di imprenditori capaci di innovare, creare nuove imprese e cogliere le opportunità offerte dallo sviluppo. Oggi, invece, ritiene che il quadro fiscale e demografico ostacoli questo processo. Critica in particolare la flat tax per le partite Iva, che scoraggerebbe la crescita delle imprese oltre la soglia prevista, e richiama il persistente fenomeno dell'emigrazione dei giovani qualificati. Sostiene inoltre che, in un Paese caratterizzato dal declino demografico, il rilancio dell'economia richieda anche una politica più efficace di attrazione dell'immigrazione regolare e del capitale umano proveniente dall'estero. Giavazzi conclude che gli incentivi generalizzati dovrebbero lasciare spazio a strategie mirate per attrarre imprenditori e imprese innovative, citando il caso di alcune aziende israeliane che hanno scelto di investire in Italia nonostante gli ostacoli burocratici. A suo giudizio, il Pnrr avrebbe dovuto rappresentare non soltanto un programma di spesa, ma una visione di sviluppo fondata sulla transizione digitale ed energetica, capace di stimolare nuovi investimenti privati e di rafforzare la capacità competitiva del Paese.
 
Stefano Folli, la Repubblica
Il sistema politico italiano, commenta Stefano Folli su Repubblica, si avvicina alla fine della legislatura con due coalizioni entrambe indebolite: il centrodestra, logorato da quasi quattro anni di governo senza risultati ritenuti decisivi, e il centrosinistra, ancora privo di una visione condivisa e di una chiara prospettiva di governo. In questo quadro, osserva, sarebbe stato possibile almeno consolidare un consenso sulla politica estera, fondato sulla fedeltà alla Nato e sul sostegno all'Ucraina, ma anche su questo terreno sono emerse incertezze che alimentano dubbi sulla capacità delle future maggioranze di affrontare un contesto internazionale sempre più instabile. Folli individua nella questione della leadership il nodo centrale della competizione politica. Nel centrodestra, Giorgia Meloni resta formalmente la figura di riferimento, ma la sua autorità è stata messa alla prova sia dalla vicenda delle preferenze nella legge elettorale sia dalla crescente iniziativa politica di Roberto Vannacci, che tende a proporsi come nuovo punto di riferimento dell'area conservatrice. Nel centrosinistra, invece, la competizione tra Elly Schlein e Giuseppe Conte continua senza produrre un chiarimento sugli equilibri della coalizione, sul programma comune e sulla futura guida dell'alleanza, mentre aumenta il rischio che il Movimento 5 Stelle continui a sottrarre consenso al Partito democratico. Folli conclude che entrambe le coalizioni devono affrontare un problema di credibilità politica, ma ritiene che la sfida più immediata riguardi Giorgia Meloni. Per preservare la propria leadership dovrà impedire che Vannacci diventi il protagonista del centrodestra e difendere la coesione della maggioranza senza poter contare pienamente sugli alleati, anch'essi indeboliti dall'esperienza di governo. Anche a costo di una sconfitta elettorale, sostiene, una leadership che affronta apertamente il confronto politico è preferibile a un progressivo logoramento destinato a svuotarne l'autorevolezza.
 
Serena Sileoni, La Stampa
Secondo Serena Sileoni, l'uso eccessivo degli smartphone e dei social network da parte di bambini e adolescenti costituisce un problema reale, ma non può essere affrontato efficacemente attraverso divieti generalizzati imposti dallo Stato. Sileoni osserva che la diffusione delle tecnologie digitali ha ampliato opportunità di studio, lavoro e relazioni per tutte le generazioni e invita a distinguere tra lo strumento e il suo utilizzo. Pur riconoscendo che i più giovani sono particolarmente esposti ai rischi di dipendenza, isolamento sociale e difficoltà nello sviluppo personale, sostiene che la questione non sia eliminare la tecnologia, bensì imparare a usarla in modo responsabile. Sileoni ricorda che numerosi studi e il parere di esperti convergono sulla necessità di limitare l'esposizione dei minori agli smartphone e ai social, anche per le possibili conseguenze sullo sviluppo cognitivo, sulla socializzazione e sul rendimento scolastico. Tuttavia giudica inefficaci le iniziative legislative adottate o proposte in diversi Paesi, come il divieto di accesso ai social per i minori di una certa età, perché difficili da far rispettare e fondate sul trasferimento della responsabilità alle piattaforme digitali. Anche il divieto dell'uso dei telefoni cellulari nelle scuole, osserva, rischia di produrre risultati limitati se non è accompagnato da comportamenti coerenti degli adulti. Sileoni conclude che affidare allo Stato il compito di regolare il rapporto dei minori con gli strumenti digitali rischia di indebolire la responsabilità educativa delle famiglie. Educare all'uso corretto della tecnologia richiede l'impegno quotidiano di genitori e insegnanti, chiamati a dare l'esempio e a fissare limiti anche quando ciò risulta difficile. Un divieto imposto per legge può apparire una soluzione semplice, ma finisce per sostituirsi al ruolo educativo della famiglia e rappresenta, secondo Sileoni, un'ingerenza dello Stato in un ambito che dovrebbe restare affidato principalmente alla responsabilità dei genitori.
 
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