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Anne Applebaum: “Così il diritto internazionale non conta più”

Annalisa Cuzzocrea, la Repubblica, 4 marzo

Redazione InPiù 07/03/2026

Anne Applebaum: “Così il diritto internazionale non conta più” Anne Applebaum: “Così il diritto internazionale non conta più” La guerra in Iran dimostra che il diritto internazionale non conta più. Così Anne Applebaum intervistata da Annalisa Cuzzocrea sulla Repubblica del 4 marzo. Quando ha scritto Autocrazie (Mondadori) Maduro e Assad erano ancora al potere in Venezuela e Siria, e Stati Uniti e Israele non avevano ancora dimostrato di essere pronti — come Vladimir Putin — a violare ogni regola del diritto internazionale. Eppure, in quel saggio pluripremiato c’era già il nucleo della rivoluzione in corso: la saldatura tra il potere politico e quello economico in molti Paesi pronti a disfarsi — come fosse un impiccio — della democrazia liberale. Applebaum vive tra Washington e la Polonia, ha un doppio sguardo sugli Stati Uniti e sull’Europa, e non ha dubbi sull’attacco israelo-americano sull’Iran: «Non c’era alcun pericolo imminente». Crede che la Casa Bianca abbia contatti in grado di stabilizzare la situazione in Iran, garantendo una vita migliore per la popolazione? «Non hanno contatti profondi né strumenti per comunicare con l’opposizione iraniana o con la popolazione iraniana. E non hanno un piano di lungo periodo, non c’è un’idea su come portare l’Iran alla fase successiva. Può darsi che Trump abbia in mente che l’Iran finisca più o meno come è finito il Venezuela, con il regime sostanzialmente intatto ma con una figura più malleabile al comando. Tuttavia è un obiettivo molto difficile da raggiungere». Perché? «In Iran ci sono più di un milione di persone armate. Parliamo dei Guardiani della Rivoluzione, delle diverse forze di polizia e dei gruppi paramilitari. Forse il numero è addirittura più alto. E c’è circa il 20 per cento del Paese — forse adesso un po’ meno — che, nell’ultima rilevazione seria, risultava sostenere il regime. Inoltre i Guardiani controllano una parte enorme dell’economia, del petrolio e di altre risorse. Se vuoi un cambio di regime, devi farci conti. Rassicurarli, offrire un’alternativa, provocare una spaccatura interna da cui emerga qualcun altro. Ma non sembra esserci un piano». “Autocrazie” è stato pubblicato meno di due anni fa, ma il panorama di Siria, Venezuela, Cuba, e ora del Medio Oriente è già molto cambiato. L’analisi resta la stessa? «L’argomento fondamentale — cioè che stiamo assistendo all’emergere di un nuovo tipo di Stato autocratico, meno interessato all’ideologia e più al denaro, e all’attacco al linguaggio della democrazia liberale — resta valido. Anzi, oggi dobbiamo chiederci se l’amministrazione Trump non miri a trasformare gli Usa in uno Stato di quel tipo. Non c’è dubbio che Trump non veda il mondo come un luogo in cui gli Stati Uniti sono il Paese leader delle democrazie e il garante dello stato di diritto. Lo vede piuttosto come lo vede Putin, o come lo vede Xi: un luogo di accordi pensati per accrescere il proprio potere e la propria influenza. L’esempio migliore è il modo in cui sta negoziando con la Russia sull’Ucraina. Ci sono due tavoli: uno riguarda l’Ucraina e il territorio ucraino; l’altro riguarda accordi commerciali tra Stati Uniti e Russia». Accordi vantaggiosi per gli Stati Uniti o per gli affari della famiglia Trump? «Ci sono voci sul coinvolgimento dei suoi figli o dei suoi donatori. C’è quindi il sospetto che Trump stia perseguendo una politica estera privata, il che è radicalmente nuovo per gli Stati Uniti. C’è anche l’ipotesi — ma è una speculazione — che l’azione contro l’Iran sia stata incoraggiata dagli alleati del Golfo, anch’essi partner economici di Trump. La sua famiglia ha grandi investimenti in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. E poi c’è Israele, che ha chiaramente contribuito a convincerlo. La grande questione, a cui non abbiamo risposta, è quanta parte di questa guerra riguardi gli interessi finanziari personali di Trump, quelli politici e persino psicologici — il suo bisogno di essere la figura dominante — e quanta  riguardi davvero gli interessi americani». (Leggi l’intervista completa sul sito InPiù)
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