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L'accordo fragile che Trump spaccia per vittoria

E lui sfoga la frustrazione sugli alleati come la Meloni

Rocco Cangelosi 22/06/2026

L'accordo fragile che Trump spaccia per vittoria L'accordo fragile che Trump spaccia per vittoria Trump presenta come un trionfo il memorandum in 14 punti che dovrebbe garantire un cessate il fuoco di 60 giorni in cambio della riapertura dello Stretto di Hormuz. Ma si tratta di una tregua provvisoria, fragile, costruita su ambiguità e rinvii: i nodi veri — nucleare, sanzioni, fondi per la ricostruzione — vengono semplicemente spostati in avanti, come se il tempo potesse trasformare un compromesso debole in un accordo solido. Il presidente insiste nel dire di aver fatto meglio di Obama, ma la realtà racconta altro. Non sfugge agli osservatori che l’operazione in Iran ha comportato costi altissimi: un dispiegamento imponente di forze, pesanti ripercussioni sull’economia mondiale e, soprattutto, un numero elevatissimo di vittime civili in Iran e in Libano. Tutto questo ha inevitabilmente incrinato la leadership americana agli occhi dei tradizionali alleati del Golfo, che hanno visto Washington impantanarsi senza ottenere risultati concreti. A cadere è anche la narrativa secondo cui “nemmeno un dollaro andrà all’Iran”: il memorandum prevede, direttamente o indirettamente, un flusso di fondi per la ricostruzione, una concessione sostanziale mascherata da tecnicismi. Sul fronte nucleare, la questione dei 400 kg di uranio arricchito resta irrisolta sia sul piano tecnico sia su quello diplomatico, e l’impegno iraniano non va oltre — e forse nemmeno raggiunge — quanto previsto dal JCPOA del 2015.
 
Intanto la tregua è tutt’altro che solida. Netanyahu mantiene le mani libere, gli attacchi in Libano continuano, e Teheran non solo minaccia ma chiude a singhiozzo lo Stretto, usando Hormuz come leva negoziale. È il segno più evidente della fragilità dell’accordo: un equilibrio instabile, esposto a ogni scossa regionale, incapace di produrre garanzie reali. Trump si ritrova così ancora una volta nelle mani del premier israeliano: sa di aver perso la partita, ma non vuole ammetterlo. E come spesso accade, sfoga la sua frustrazione sugli alleati, accusandoli di non averlo sostenuto abbastanza. Paradigmatica, in questo senso, la crisi con Giorgia Meloni: un rapporto che fino a poche settimane fa veniva presentato come privilegiato e che ora si è trasformato in gelo, irritazione e rottura. È il segno di un isolamento crescente. Trump rivendica un successo, ma gli alleati vedono un presidente indebolito, costretto a vendere come vittoria ciò che appare come un compromesso al ribasso. E soprattutto vedono un accordo che, prima ancora di entrare in vigore, mostra già tutte le sue crepe.
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